El monsù Pinin

Il 19 maggio del 2006 Romano Prodi ottenne sul filo di lana la fiducia al Senato. Decisivi i senatori a vita. Tutti? No, all’appello mancarono Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina. Il primo scottato dalla bruciante sconfitta nella corsa alla presidenza di Palazzo Madama. Il secondo per uno stato di salute che non gli permise mai di partecipare regolarmente ai lavori dell’Aula.

Ma il 28 febbraio di due anni dopo, il patron di uno dei marchi italiani più prestigiosi nel mondo arrivò a sorpresa nell’emiciclo. E rispose all’appello per il voto di fiducia cruciale per le sorti dell’esecutivo di centrosinistra. Si astenne (al Senato l’astensione viene conteggiata come voto contrario) e, ancora una volta insieme ad Andreotti, segnò la fine della seconda esperienza prodiana a Palazzo Chigi. La sua non fu una posizione pregiudiziale.

Chiacchierando con gli amici, fin dall’inizio confidò che l’esperienza di un esecutivo non poteva dipendere dal voto di una manciata di anziani signori che, come lui, si trovavano in Parlamento un po’ per caso, non espressione della volontà del popolo.

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