Ex Dc in ghingheri, amazzoni a lutto, Renzi che gongola. L’esordio di Mattarella in Parlamento

Fare un salto in Transatlantico un’ora prima del giuramento da presidente della Repubblica di Sergio Mattarella significa riavvolgere il nastro della storia di almeno vent’anni. C’è Paolo Cirino Pomicino che non sta nella pelle, gira come una trottola, sorride e stringe mani, quasi dovesse, ancora una volta, portare una manciata di voti a sostegno dell’ultima finanziaria. C’è Luigi Castagnetti, che si siede serafico in mezzo a un gruppetto di amici. C’è Tonino Russo, ci sono Totò Cardinale, Vito Riggio e Rosario Crocetta, che scruta la situazione dall’ingresso della buvette. Ci sono Guido Bodrato e Pier Ferdinando Casini, due generazioni a confronto, un’unico brodo culturale. Quello della Democrazia cristiana pronta ad acclamare il suo presidente.

Ma davanti a un’Aula rigonfia, dove chi arriva con qualche secondo di ritardo non trova nemmeno uno strapuntino libero su cui sedersi, al cospetto di tribune piene in ogni ordine e grado, dove si alternano Gianfranco Fini e il vicario romano di Papa Francesco, il cardinale Agostino Vallini, giornalisti e vecchi amici, dignitari di stato e familiari, ad applaudire è l’intero arco costituzionale.

Chi più chi meno, chi forte e chi piano, chi con convinzione e chi per salvare le apparenze, tutti i partiti si spellano le mani. Alla fine l’applausometro toccherà quota quarantadue, un record per un discorso durato esattamente 30 minuti, dalle 10.01 alle 10.31. Più di un applauso al minuto, con i grandi elettori del Pd a soffiarsi sui palmi per la fatica, e quelli di Movimento 5 stelle e Lega assai più rilassati.

Ad attendere Mattarella in aula è il governo, che già dieci minuti prima dell’ingresso del neo Presidente occupano i propri banchi in ogni ordine e grado. Non è la loro giornata. Lo si avverte quando Matteo Renzi sbuca in Transatlantico. Sembra uno qualunque, un peones, con i giornalisti che quasi lo ignorano puntando telecamere e taccuini sul tappeto rosso che percorrerà il Capo dello stato. Il premier si va a sedere al posto che gli spetta, sembra non stare nella pelle. Ride scherza, ammicca, si lancia segnali con i deputati Dem, già schierati a cinque metri di distanza.

Continua sull’Huffingtonpost.

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