Giovanni Pantano, arrestato per ‘ndrangheta, è o no del M5s? Ecco la risposta

Ha ragione Beppe Grillo: “Il M5S non ha alcun consigliere eletto a San Ferdinando (RC) […] Il MoVimento 5 Stelle non ha altresì mai presentato alcuna lista alle elezioni comunali di San Ferdinando. Si chiede quindi di non presentare il consigliere comunale Giovanni Pantano come un eletto del M5S“.

Ineccepibile. Il consigliere Giovanni Pantano è stato infatti eletto nel 2011 nella lista “Futuro Migliore”, insieme ad altri tre colleghi che formano da allora insieme a lui la minoranza nel comune calabrese. Però…

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Sulla scuola nessun provvedimeno, in Cdm arriveranno solo le linee guida

Assunzione di oltre 100mila precari, nuovo sistema di valutazione degli insegnanti, riduzione di un anno delle medie superiori per ritornare in linea con i tempi di scolarizzazione previsti in gran parte dell’Europa, apertura al mondo del lavoro, potenziamento (fin dalle elementari) delle lingue straniere e dell’educazione informatica. Questi i punti principali emersi unendo i puntini tra le (poche) anticipazioni fornite dal ministro Stefania Giannini e le indiscrezioni trapelate sulla stampa. Ma nessuno di questi troverà attuazione immediata. Venerdì, confermano all’Huffpost più fonti al massimo livello di viale Trastevere, verranno presentate unicamente le linee guida.

“È escluso che ci possa essere un provvedimento concreto già dal prossimo Cdm – spiegano – o che qualcosa possa venire inserito nello sblocca Italia”. D’altronde, è una circostanza fatta intuire anche da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd: “Distinguiamo la discussione dagli impegni”. La road map ricalca la strada già percorsa sulla giustizia dal ministro Andrea Orlando: una serie di slide per punti, un periodo di due o tre mesi di consultazioni con il mondo della politica e degli addetti ai lavori, al termine dei quali presentare un decreto o un disegno di legge. Nulla da fare dunque per quest’anno (“Non ci sarebbero stati i tempi”) e fiato sospeso, soprattutto da parte dei tanti precari del comparto, sul testo reale che scaturirà dai 60/90 giorni di discussione e decantazione. Dal provvedimento rimane poi esclusa del tutto la questione della riforma delle regole sul finanziamento sulle scuole paritarie: “Su quel fronte non c’è nulla, è un tema troppo delicato per essere trattato in questo momento”.

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Forza Italia dice no alla riforma della giustizia di Orlando

Se esiste un accordo sulla giustizia tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, non è stato siglato di certo negli uffici di via Arenula. Quando sale le scale che portano all’ufficio del ministro, la delegazione di Forza Italia, convocata per un confronto sulla riforma del comparto che arriverà in Consiglio dei ministri il 29 agosto, è ridotta all’osso.

È il solo Giacomo Caliendo a sedersi di fronte ad Andrea Orlando. Il senatore doveva essere accompagnato dal collega deputato Giacomo Chiarelli, che però, spiegano, “non ha letto la email”. Sbadataggine, più che sgarbo istituzionale, si sottolinea da via Arenula: “Cose che, soprattutto ad agosto, possono capitare”.

Così, nonostante entrambe le parti sottolineino un clima cordiale, al limite del conviviale, le parti rimangono distanti. Il ministro ha ribadito i punti cardine del proprio decreto, Caliendo gli ha fatto eco sottolineando le principali perplessità del partito di Silvio Berlusconi.

No ad una riscrittura delle norme del falso in bilancio, un quadro di pene pecuniarie più punitive nell’ambito della responsabilità civile dei magistrati, forti perplessità sul divorzio brevissimo, contrarietà al rinvio del capitolo dedicato alle intercettazioni.

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La rivoluzione del Movimento che voleva fare la rivoluzione: “Ministro, scriviamo insieme la legge?”

Segnali tecnici di scongelamento. Sono le 14.00 quando Maurizio Buccarella, Giuseppe Brescia, Mario Giarrusso e Andrea Colletti infilano il portone di via Arenula, diretti all’ufficio del ministro di Giustizia Andrea Orlano. Un’ora e mezza di colloquio, la prima volta che una pattuglia del Movimento 5 stelle cerca un ministro del Partito democratico per avviare un confronto su un provvedimento.

Gli uomini di Beppe Grillo avevano rivolto ieri al Guardasigilli un appello sul blog: vediamoci, parliamo insieme del testo sull’anticorruzione che avete intenzione di presentare. Orlando non ci ha messo molto, rispondendo ieri in serata: “Riceverò una delegazione domani nel primo pomeriggio”.

Quando esce dall’incontro, Colletti snocciolano parole che suonano come una rivoluzione nel mondo a 5 stelle: “Per il 24 giugno è calendarizzato l’inizio dei lavori al Senato. Gli abbiamo detto che in tre settimane possiamo fare insieme una buona legge”. Un segnale importante nel linguaggio del Movimento. Per la prima volta i parlamentari di Beppe Grillo non si limitano a contrattare la fine di un ostruzionismo in cambio di qualche emendamento, ma propongono di discutere insieme al governo l’impalcatura della norma a partire dalle fondamenta.

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Expo 2015, il M5s mette nel mirino Renzi, Lupi, Cl e le coop rosse

Riccardo Nuti ha già presentato una richiesta formale affinché il ministro delle Infrastrutture venga a riferire in Parlamento. Manlio Di Stefano, milanese d’adozione, rilancia: “Dovremo deciderlo con un’assemblea, ma probabilmente ne chiederemo la sfiducia”.

Il Movimento 5 stelle non è rimasto con le mani in mano, e sugli arresti legati agli appalti per Expo 2015 punta il dito contro le responsabilità della politica. Sotto la lente d’ingrandimento le parole di uno degli arrestati, l’ex Dc Gianstefano Frigerio, che al telefono spiegava come “Gigi [Luigi Grillo, ex parlamentare di Forza Italia, anche lui finito in manette n.d.r.] vede Maurizio Lupi quasi tutti i giorni, praticamente gli fa da sottosegretario”.

“I deputati milanesi si coordineranno nel weekend – spiega Laura Castelli – approfondiranno la situazione e vedranno il da farsi. Ma sicuramente faremo un’azione dedicata a questa vicenda”. Anche Luigi Gaetti, senatore e vicepresidente della Commissione antimafia, parla di mozione di sfiducia: “Ho letto le intercettazioni sui giornali, certo che la valuteremo”. Ma va oltre: “Uno in questi casi non dovrebbe aspettare la giustizia, dovrebbe dimettersi prima”.

Giuseppe Sala, il Commissario dell’Esposizione universale, lunedì alle 14.00 sarà audito proprio dall’Antimafia. Un incontro fissato una settimana fa, ma che verterà, come ovvio che sia, anche e soprattutto sugli ultimi fatti. “Abbiamo fissato l’audizione perché pare abbiano ridotto i protocolli di verifica sulle procedure per sveltire i lavori, e dunque attenuato i controlli. E tutti gli esperti di antimafia dicevano da mesi che l’Expo avrebbe rappresentato un rischio per quanto riguarda le infiltrazioni del crimine organizzato. A Sala chiederò se non si fosse accorto di quello che stava succedendo, se non ne avesse sentore”.

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Chi è e cosa c’entra (oggi) Primo Greganti con il Pd

Dominus di un sistema di relazioni opache o semplice millantatore? Primo Greganti, tra i pochissimi membri del Partito comunista coinvolto nel cupo periodo di Tangentopoli, ritorna sotto i riflettori vent’anni dopo, per un’altra vicenda giudiziaria. Allora si parlava di tangenti, oggi di appalti pilotati e turbative d’asta legate all’Expo 2015.

Secondo i magistrati, Greganti è tutt’ora un ”soggetto legato al mondo delle società cooperative di area Pd”, le quali, come hanno chiarito i pm, venivano da lui protette e favorite nelle gare pubbliche nell’ambito dell’allestimento dell’Esposizione universale che si terrà a Milano l’anno prossimo. Un mondo che fa tremare una buona fetta del partito, ma anche lo stesso Matteo Renzi.

Il premier è più che altro preoccupato delle manette finite attorno ai polsi di Angelo Paris, responsabile dell’ufficio contratti dell’Expo, definito “il braccio operativo” di tutti i cantieri (è stato lui ad accompagnare i senatori della commissione Trasporti del Senato in visita ai cantieri la settimana scorsa), la cui sostituzione è tassello imprescindibile per evitare il crollo di un castello le cui fondamenta appaiono assai poco solide.

Al contrario, il partito è in fibrillazione per l’arresto del vecchio militante diventato idolo di tanti per la sua bocca cucita durante gli interrogatori del pool guidato da Antonio Di Pietro. La sua caduta potrebbe avere effetti rovinosi. Schizzi di fango, a nemmeno dodici ore dall’arresto, hanno già sporcato la giacca di Pier Luigi Bersani.

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Casson: “Grillo mi critica? Perché non sa che ho votato con il M5s”

“Beppe Grillo evidentemente non sapeva che ho votato molti degli emendamenti del Movimento 5 stelle su questo tema”. Ieri l’ex comico aveva rivolto una stilettata nei confronti del senatore del Pd Felice Casson, reo, a sua detta, di non condividere l’abbassamento delle pene per il reato di scambio politico mafioso ma di esprimersi comunque per il via libera alla legge: “Voglio vedere Casson perché la vota questa legge”.

Oggi l’ex magistrato spiega di aver condiviso molte delle correzioni avanzate dai colleghi grillini: “Insieme ad altri presenteremo infatti un ddl per reintrodurre l’inasprimento delle pene e il provvedimento della messa a disposizione del politico da parte del mafioso”. Entrambi simboli della battaglia stellata contro il 416-ter, ed entrambi condivisi dal parlamentare democratico.

Allora perché Grillo l’ha bacchettata?

Ma no, non credo mi abbia bacchettato. Ieri ho letto il lancio d’agenzia, e mi sembra che lui abbia detto che non capiva le ragioni del mio voto, che era sorpreso. Evidentemente non sapeva che ho votato molti emendamenti proposti dai suoi senatori.

Era d’accordo con le posizioni espresse dal M5s?

Altrimenti non avrei votato i loro emendamenti, in particolare quelli sull’innalzamento delle pene e sulla messa a disposizione del politico da parte del mafioso.

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Il Pd presenta una legge che avrebbe evitato al Pd i guai del caso Cancellieri

Se fosse già in vigore, forse Giulia Ligresti non sarebbe stata detenuta in attesa di giudizio, Anna Maria Cancellieri non avrebbe conversato al telefono con i componenti della famiglia dei costruttori, e Pd e governo non avrebbero traballato perché la vicenda, semplicemente, non sarebbe esistita.

Stiamo parlando di una legge presentata proprio da un membro di quell’esecutivo che ieri il presidente del Consiglio a chiamato interamente a rispondere del caso Cancellieri, insieme ad una sua autorevole collega. Il testo propone “Modifiche al codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali”, e verrà discusso giovedì 21 nella commissione Giustizia della Camera. A sottoscriverlo sono il presidente della commissione stessa, Donatella Ferranti (che si intesta la paternità della proposta) e il ministro Andrea Orlando. Con loro, anche il capogruppo di Sel Gennaro Migliore.

Un articolato che presupporrebbe un radicale giro di vite sull’utilizzo del carcere preventivo da parte dei magistrati. Che, ironia della sorte, verrà discusso nelle aule parlamentari appena ventiquattr’ore dopo il voto di fiducia al ministro Cancellieri, che tanto ha fatto penare Enrico Letta e tanto ha messo in subbuglio gli uomini di Guglielmo Epifani. E a una manciata di ore dallo scarceramento di un’altra Ligresti, Jonella, adesso ai domiciliari.

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Il Pdl “salva” la Cancellieri. Il Pd? Dipende dalla mozione congressuale

A due giorni dallo shwdonwn in aula, il ministro Cancellieri è blindato dal Pdl. A un’occhiata superficiale è un primo paradosso. Berlusconi che ha cercato di aprire la crisi sulla giustizia, non è interessato a calcare la mano nello specifico. Perché? La risposta è duplice. Uno. Il caso Fonsai viene utilizzato a meri fini propagandistici, e il refrain è “due pesi due misure”: a due telefonate ‘uguali’ – il Cav su Ruby il ministro su Giulia Ligresti – libertarie, producono effetti diversi. Due. Meglio non a scavare nei legami tra Berlusconi e don Salvatore Ligresti. Tutto questo produce un paradosso di rilfesso nel Pd, che è costretto per tenere la base ad attaccare un ministro di sua area e probabilmente non potrà tirarsi indietro al momento della votazione della mozione di sfiducia M5s. Insomma, l’effetto di questo duplice paradosso è che martedì si profila una giornata dall’esito tut’altro che scontato. Ma andiamo con ordine.

Il Pdl alza le barricate, il Pd mantiene un imbarazzato silenzio-assenso nei confronti delle posizioni dell’alleato. Sono i falchi azzurri a disinnescare la ‘bomba’ di Anna Maria Cancellieri, che rischiava di terremotare già da oggi il governo alle prese con gli spinosi casi della legge di stabilità e della decadenza di Silvio Berlusconi. Se su questi ultimi due fronti i lealisti del Pdl sono pronti a dichiarare guerra (anche se, dietro le minacce dei colonnelli berlusconiani. Palazzo Chigi ha subodorato il bluff), l’occasione di sfruttare le imbarazzanti telefonate del ministro della Giustizia sembra destinata a cadere nel vuoto.

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La lunga giornata della Giunta

“La Giunta si riunisce ora in Camera di consiglio”. Dario Stefano pronuncia le parole di tiro, le telecamere si spengono, e i ventitre uomini che hanno fra le mani la sorte politica di Silvio Berlusconi si ritirano in una sala del Senato per decretarne la decadenza. La lunga discussione è iniziata da qualche tempo quando il senatore Lucio Malan inizia ad agitarsi sulla sedia. Il pidiellino chiede la parola: “Mi scusi presidente, ma ho visto questo post su Facebook del senatore Vito Crimi, è una cosa gravissima”. Gli azzurri come un sol uomo chiedono che i lavori vengano interrotti. Proprio qualche minuto dopo che Renato Schifani aveva fatto capolino al primo piano di Palazzo Madama e, piazzandosi davanti ai giornalisti, aveva avanzato la stessa richiesta. Crimi e Mario Giarrusso corrono al banco della presidenza, un ipad in mano: “Ecco, vede presidente, il post è stato fatto prima della Camera di consiglio, quando la seduta pubblica era ancora in corso.

Stefano striglia Crimi, ma decide di tirare dritto. Malan insiste, il presidente si alza dalla sedia e da quell’orecchio non ci sente: “Si va avanti”. La questione arriva alle orecchie di Piero Grasso. La presidenza chiama il gruppo M5s, chiede spiegazioni, lo staff si affanna a fornirgliele, l’ex magistrato alza le mani, diffonde da Assisi una nota di biasimo ma specifica di non avere il potere di interrompere i lavori. Carlo Giovanardì, a voto acquisito, smorzerà la questione: “Non contestiamo noi la decisione, non ne abbiamo il potere, il nostro compito è concluso. Potrebbe però essere Schifani a sollevare la questione nella prossima conferenza dei capigruppo”.

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