Albano, il demonio, i miracoli e Guido Veneziani, il nuovo proprietario dell’Unità

Ci voleva un miracolo per ridare slancio alla malconcia Unità, 30 milioni di euro di debiti e un costo di gestione di 900 mila euro l’anno. E di avvenimenti al di fuori dell’ordinario Guido Veneziani è un esperto. Si chiama proprio Miracoli uno degli ultimi settimanali editi dalla Gve, il gruppo di cui Veneziani è al vertice, e nel primo numero sparava l’incredibile confessione di Albano Carrisi: “Ho sconfitto 3 volte il demonio”.

A preoccupare il comitato di redazione del giornale fondato da Gramsci non erano entità ultraterrene, ma il collegio dei liquidatori: se non fossero arrivate offerte concrete entro il 31 ottobre, le speranze di rinascita della storica testata sarebbero state azzerate. Così, dopo l’annuncio del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, i giornalisti mostrano il proprio cauto ottimismo: “Sembra una buona offerta. Siamo contenti che sia arrivata da un editore puro”. Informalmente le battute sono tante, così come serpeggia una certa preoccupazione: “Prenderanno 25, massimo 28 giornalisti, ma eravamo in 60. Sic transit gloria mundi, se gloria è mai stata”.

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Quando Casaleggio, dieci anni fa, spiegava che fra dieci anni i giornali sarebbero spariti

Gianroberto Casaleggio qualche giorno fa ha teorizzato che nel 2040 i giornali spariranno:

La prima nazione “newspaper free” saranno gli Stati Uniti nel 2017, tutto il resto del mondo entro il 2040, l’Italia nel 2027.

Quella del fondatore del Movimento 5 stelle è una sorta di profezia messianica che si reitera ciclicamente, spostando l’asticella un po’ più in là.
Circa dieci anni fa, nel gennaio 2005 in una delle sue prime uscite pubbliche, Casaleggio spiegava al suo interlocutore (minuto 5.35:

“Se lei mi facesse questa domanda fra dieci anni, le risponderei che non ci sarebbe bisogno di comprare una pagina su un giornale, perché i giornali non ci saranno più”.


Giornali di partito (e non): l’M5s vuole chiudere i rubinetti

Circa 70 milioni di euro. È quanto lo stato italiano risparmierebbe ogni anno se venisse approvato un disegno di legge presentato al Senato. Primo firmatario: Vito Crimi. Titolo: “Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria”. Poco c’entra con le polemiche di questi giorni nei confronti dei giornalisti,essendo stato comunicato all’inizio dello scorso aprile. Molto ha a che fare invece con le origini e la storia del Movimento 5 stelle: era il 25 aprile del 2008 (allora il magma movimentista era raccolto sotto la generica definizione di ‘Amici di Beppe Grillo’) e a Torino l’ex comico celebrò il secondo V-day. ‘Libera informazione in libero stato’, recitava lo slogan della kermesse, e vi si proponeva, tra le altre cose, l’abrogazione di ogni finanziamento pubblico all’editoria.

“È proprio dal secondo V-day che siamo partiti per presentare una delle nostre prime leggi, è normale che sia così” dice Crimi. Una legge “a costo zero”: l’articolato è infatti meramente abrogativo, ed “elimina – spiega il senatore M5s – ogni tipo di contributo pubblico a ogni tipo di organo di stampa”. Di quanti soldi si tratta? Un bel po’. Secondo i dati previsionali di Palazzo Chigi relativi al 2012, “le risorse finanziarie assegnate al Dipartimento per l’informazione e l’editoria per l’implementazione di specifiche politiche di settore […] ammontano ad euro 174.624.850” (dei quali circa 150 destinati al finanziamento alla stampa).

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“Ci pisciano in testa e ci dicono che piove”

“Quando leggo le parole di Pierluigi Battista su Huffingtonpost rimango sbalordito. Userei un’immagine efficace che usò tempo fa Beppe Grillo: ci pisciano in testa e ci dicono che piove”. Nicola Biondo è il coordinatore della comunicazione del Movimento 5 stelle alla Camera dei deputati. Insieme ai colleghi del Senato hanno preso in mano carta e penna e ha risposto all’articolo dell’editorialista del Corriere che ha accusano l’inattivismo parlamentare dei M5s con un elenco di quanto fatto in questi mesi.

“Più che fornire a Battista un elenco di quanto è stato fatto che dovevamo fare?”. Biondo non ci sta: “Non si può dire ‘attaccano chi sei e non cosa dici’. La risposta ufficiale del Movimento è stata sul merito della questione, ne abbiamo evidenziato le falsità e l’abbiamo sbugiardato. Poi ci chiediamo perché l’Italia è al 57° posto per la libertà di stampa”. Il comunicatore stellato apre all’autocritica: “Scivoloni ne sono stati fatti”. Ma ribadisce: “Un conto è il diritto sacrosanto dei giornalisti di informare e di informarsi, un altro è quello di calunniare”.

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Mr. Smith went to Washington. Now, Carlo Sibilia has come to Rome

Oggi sull’edizione europea del Washington Post è uscito un lungo articolo sul Movimento 5 stelle:

For 60 million Italians and political junkies of every stripe, the triumphs of a movement encompassing disenfranchised voters from both the left and the right — think the tea party, if it included everyone from Michael Moore to Rush Limbaugh — are a thrilling example of the power of grass roots. In a country known for bespoke-suited lawmakers with CEO salaries and a penchant for Machiavellian backroom deals, the army of newcomers includes geologists, steel workers and homemakers seeking to end the days of La Dolce Vita for Europe’s most privileged political class.

L’articolo completo è qui.

(grazie a Michela per la segnalazione)

Epic fail (?)

Negra(spiegano dall’Ansa che si tratta di un lancio per l’edizione argentina)


Sgùp!

È un falso, ma se fosse stata vera non si sarebbe stupito nessuno.

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I giornalisti Rai che condividono con Grillo le critiche alla Rai

“Guardando 8 e ½ ieri sera, quando Lilli Gruber ha intervistato il neo-eletto Bonafede, ho avuto la stessa identica reazione che Beppe Grillo palesa oggi sul blog”. Così Carlo Alberto Morosetti commenta il post del leader del Movimento 5 stelle. Morosetti è vice-caporedattore economico del Tg2. Ma soprattutto è uno degli animatori di “Giornalisti liberi in movimento”, un gruppo che, partendo proprio dalla Rai, si prefigge di aggregare molti addetti del mondo dell’informazione sulle istanze del Movimento 5 stelle.

“Domani avremo una riunione organizzativa, in cui metteremo a tema anche quel che scrive Grillo”, racconta Fabrizio De Jorio del Televideo, promotore dell’iniziativa. “L’immagine del giornalismo italiano è ormai degradata”, spiega De Jorio, portachiavi dello Tsunami tour in tasca. A partire proprio dal servizio pubblico: “La Rai è in mano ai partiti, la diffidenza di Grillo è normale”. Ma anche le reti private sono sotto la lente d’ingrandimento: “Il caso dell’intervista fatta da Barbara D’Urso è ai limiti della frode ai danni dell’utente”. Il discorso arriva a toccare l’intero mondo della comunicazione: “La ressa di colleghi fuori dagli hotel nei quali si sono tenute le normalissime riunioni dei parlamentari è stata indecorosa. Ognuno fa il suo mestiere, molti lo fanno anche bene, ma aspettare fuori dalla porta come questuanti non mi è sembrata una bella immagine”.

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Bisogna sbrigarsi

Luca Sofri scriveva l’altro giorno un bel post sul ruolo dei media e sulla loro capacità di costruire essi stessi, anziché raccontare, l’andamento dei fatti nel breve e medio periodo. Un’utile premessa da leggere per provare a decodificare un problema sostanziale che sta intercorrendo fra gran parte della stampa e il Movimento 5 stelle. Un problema che va oltre il tenere i giornalisti dietro le transenne e suggerirsi di prenderli per il culo. E che non c’entra nemmeno con la supponenza e la curiosità da reality show con il quale molti reporter si sono approcciati ai neo eletti. Perché questo è un problema reale, che esiste, è bidirezionale, ma che con la pratica quotidiana e i dovuti aggiustamenti di tiro troverà una sua composizione (più o meno) ordinata.

Ma soprattutto è un problema circoscritto alla capacità del M5S di trovare delle modalità spicciole per costruire un rapporto e interagire efficacemente con gli addetti dell’informazione mediata e a quella della stampa di cercare di comprendere le ragioni  e i meccanismi di un modus operandi tanto differente da quello degli altri partiti politici.

Quel su cui si dovrebbe riflettere è la sostanziale, e mi auguro temporanea, non coincidenza tra i codici comunicativi dei neo eletti e quelli interpretativi dei giornalisti. E non mi riferisco al mutamento della terminologia classica (“cittadino”, “portavoce” al posto di deputato o di senatore e via discorrendo). No, il problema sta proprio nel non riuscire a capire chi dice cosa e perché lo sta dicendo.

Il giornalista che segue la politica è abituato a cogliere la sfumatura, a intercettare l’allusione in un discorso altrimenti incolore, per poter trovare una traccia di lavoro. Il politico sa di essere interpretato, spesso in maniera non corretta, e calibra i suoi messaggi nel tentativo di non essere fuorviato, ma anche, se lo ritiene necessario e opportuno, inserire tra le righe messaggi in codice, o riferimenti solo apparentemente casuali.

Il deputato del M5S – opero una generalizzazione, mi si perdoni – tende ad andare direttamente al punto, sia per la natura del percorso che lo ha fatto arrivare al Parlamento, sia per una certa omologazione tematico-lessicale che si può riscontrare nella pattuglia dei 163. E il punto è che il movimento, qualora si mescolasse agli altri partiti, si contaminerebbe, perderebbe la propria ragione sociale. Il naturale corollario è che le uniche proposte su cui ci si vuole esprimere in maniera compiuta sono le venti presentate durante la campagna elettorale.

Su tutto il resto (sia dal punto di vista politico-istituzionale, sia da quello dei contenuti), la formazione è poca o comunque disomogenea e l’interesse è scarso. Ma soprattutto manca una linea condivisa. I meccanismi di democrazia partecipativa sono farraginosi e poco oliati, e richiedono tempi lunghi anche all’interno del solo gruppo parlamentare, il ruolo di Grillo e Casaleggio in relazione alla comunicazione dei gruppi parlamentari è da definirsi e rischia di generare contraddizioni disgreganti. Insomma, se parlano, i deputati del M5S parlano dei loro temi, della loro linea condivisa, Punto. Tutto quel che esula da questo, ricade nel campo del “vedremo”, “valuteremo di volta in volta”. Nella maggior parte dei casi non perché si sia valutata una reale disponibilità a vagliare nel merito l’oggetto, ma semplicemente perché, esulando dai temi riconosciuti e riconoscibili come patrimonio del movimento, si è molto cauti nello sbilanciarsi in un senso o nell’altro.

È successo questo ieri alla conferenza stampa dei due capigruppo. Vito Crimi, che guiderà quello di Palazzo Madama, si è fatto interprete della linea: “No a qualunque tipo di governo con i partiti”. E ha detto chiaramente che il M5S vuole stare decisamente all’opposizione chiunque sia a guidare l’esecutivo salvo riservarsi di votare singoli e specifici provvedimenti in linea con il programma. Incalzato su altri tipi di scenari (governo del presidente, governo tecnico), l’unica possibile risposta (perché non fa parte della linea ufficiale del movimento, e non può essere soggetta a prese di posizione nette di chiusura o di apertura) è stata il “vedremo, nel caso si presentasse valuteremo”.

Una risposta che è stata interpretata dalla stampa come un’apertura ad un possibile voto di fiducia ad un governo tecnico. Ma i codici comunicativi del M5S – anche per una buona dose d’inesperienza – non tengono conto di allusioni, aperture e chiusure. Crimi e Lombardi sono scesi in conferenza stampa per comunicare che la porta cui bussa Pier Luigi Bersani rimarrà saldamente chiusa. Questa la notizia. Se avessi dovuto farci su un titolo, sarebbe stato una cosa tipo: “Opposizione totale”.

Su qualunque altro punto gli fosse stato sottoposto, il “valuteremo di volta in volta” era l’unica risposta possibile per i motivi che ho provato ad accennare (e l’unica risposta accettabile per il movimento che i capigruppo potessero fornire). Un “vedremo” che non nascondeva allusioni, aperture o chiusure, ma solo il non essere all’ordine del giorno di punti che non fossero quelli affrontati nella riunione con Grillo e Casaleggio.

Certo, che il M5S veda maggiormente di buon occhio un tecnico che un politico è un dato di fatto. Che gli voti un’ipotetica fiducia, non era roba da titolarci i giornali questa mattina. Semplicemente perché non esiste. Non serviva la smentita di Crimi, arrivata questa mattina: “Non ho mai parlato di appoggio a governo tecnico, l’unica soluzione che proponiamo è un governo del movimento 5 stelle che attui subito e senza indugio i primi 20 punti del programma e a seguire tutto il resto”.

Occorre uno sforzo di comprensione, perché un non-modello di comunicazione del genere esula dagli schemi che chi media l’informazione politica è abituato a conoscere. Ma, in caso contrario, si rischia di concentrare nei prossimi mesi il dibattito pubblico – in una fase molto delicata per il paese – su ipotesi e scenari che non sono tali.

E bisogna pure sbrigarsi.

P.s.: Che poi il Movimento 5 Stelle debba trovare un modo per interagire con la stampa più efficace di quanto fatto fino ad ora è un’altra storia di cui magari si parlerà un’altra volta.


Cosa dicono delle elezioni i media internazionali

Occhi puntati da tutto il mondo sulle elezioni italiane. Mentre i media italiani rispettano il silenzio elettorale imposto dalla legge, le principali testate internazionali si interrogano sul risultato che uscirà dal voto.

Toni drammatici sulla homepage della Cnn: “Sveglia: l’Italia è in coma?” . Cerca di darsi una risposta l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott: “Dalla Serenissima al bunga bunga: come l’Italia è finita in coma”. Secondo il giornalista britannico “il nuovo governo dovrà lavorare sodo per risolvere i problemi del paese e, per assicurarsi che lo faccia, gli italiani dovranno abbandonare la loro ignavia e diventare più attivi ed esigenti nel tutelare non interessi settoriali o particolari, ma quelli nazionali”. Spazio anche per Beppe Grillo, definito “il principe-clown della politica italiana”.

La Bbc predilige la chiave economica per spiegare ai propri lettori cosa c’è in ballo alle urne : “L’Italia vota alle elezioni chiave per far ripartire l’economia”. “Il voto è tenuto sotto stretta osservazione dall’eurozona – spiega l’articolo – in particolar modo per gli impegni futuri del governo riguardo alle misure sull’austerity che verranno sottoposte ad un esame accurato”. Allan Johnston, inviato nella capitale, si addentra in un giudizio politico: “Dall’idea che mi sono fatto, è molto difficile trovare qualcuno che parli bene di Berlusconi. Ma la sua promessa di tagliare le tasse e di restituire i soldi alle tasche degli italiani avrà presa in un significativo numero di elettori”.

“Elezioni chiave” è anche la scelta di Al-Jazeera: “Gli italiani hanno iniziato a votare in elezioni cruciali per uno dei più grandi paesi d’Europa, impegnato a combattere la recessione e l’alta disoccupazione” .

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