Sul perché i romanisti sono dei pre-giotteschi

Un video spiega perfettamente l’inclinazione storico-artistica dei tifosi della Roma.
Eccolo qui.


32 auguri per uno splendido 2015


I serbi e “er go’ de Turone”

Enrico Strina torna sull’Huffingtonpost a parlare di Juve-Roma. Un’analisi equilibrata, di cui qui si sottolinea un passaggio:

Italia 2014, ci hanno appena consegnato le ultime stime sulla disoccupazione giovanile. Neanche una settimana dopo c’è la partitissima Juventus-Roma. Più che un match calcistico: ci troviamo di fronte ad una narrazione complessa, che va avanti da almeno quattro decenni.

All’interno miti fondativi e di rinsaldamento del gruppo quasi-etnico: i romanisti rimembrano il goal di Turone, una cosa che rimane nella memoria consolidata, che si tramanda di tifoso in tifoso, quando addirittura molti non erano neanche nati: tra i serbi il mito della battaglia di Kosovo Polje è qualcosa di simile. Il duello si compone, si scompone e si consolida, il teatro necessita delle proprie messe in scena e questa è una di quelle. In piena regola: il protagonista, l’antagonista, il presunto trucchetto, l’invocazione della Giustizia, con la G maiuscola, il deus ex machina, in questo caso il Palazzo, il complotto; la vittima appare designata e pronta ad essere ferita a morte.

L’intervento integrale è qui.


Gombloddo Juve-Roma1!!!11!!!1! Leggi cosa è successo!1!!! Massima diffusione!!!!1!

Da un lato sono le scie chimiche, la massoneria mondiale, la trilateral e le sirene. Dall’altro la rubentus, i rigori pe la Riomma, il potere politico e er go’ de Turone. Vista dalla gran parte dei tifosi giallorossi (social network, radio, bar) la partita di ieri è stato una macchia indelebile nella storia del calcio mondiale.

Tifosi assistiti da un tipo di stampa non esattamente britannica:

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En passant si potrebbe osservare come l’intera dirigenza dell’era Calciopoli non esista più (e quindi a rubare sarebbe l’idea ontologica di Juventus, non uno o più singoli che delinquono), e che, come accadeva un tempo, Juve e Roma non rappresentano più un potere e un contropotere nel calcio, essendo le sensibilità politiche delle due dirigenze coalizzate nell’opposizione all’asse Tavecchio-Lotito, ma lasceremo perdere.

Prenderemo invece l’analisi specifica della Gazzetta dello Sport – che i tifosi di cui sopra (molti, ma non tutti) definiranno serva dei poteri forti e blablabla…, ma ce ne faremo una ragione – nella quale si legge quello che qualunque spettatore del mondo (a Afragola come a Londra, a Bolzano come a Berlino), ha potuto constatare in diretta. Due rigori dubbi, uno per parte. Stop.

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“Mi passi il pepe?”


E buone feste a tutti

L'invincibile Juventus

(titolo di un lancio dell’agenzia francese Papier General)


Unico grande Natale


Ciudad Oculta

“Ciudad Oculta”. L’attaccante della Juventus Carlos Tevez ha dedicato il gol che ha segnato oggi nella partita giocata con il Verona ad uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires, chiamata “città nascosta” per il muro costruito dal governo argentino nel 1978, per occultare agli occhi dei turisti in città in occasione del Mondiale la miseria di quel quartiere.

Una zona molto cara a papa Francesco. Quando ancora era cardinale, Bergoglio molto si occupò di quella sfortunata zona della città, denunciando le pressioni da parte dei narcotrafficanti nei confronti dei sacerdoti che operavano in quella e in altre Villas, i quartieri popolari dei Buenos Aires (Ciudad oculta è la Villa 15).

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La Farsa Inquisizione

Alcuni germi si instillano nel tessuto sociale e civile di un paese, e ne attraversano lo spazio pubblico contagiando chi vi opera quasi senza che l’interessato se ne accorga. È stato il caso di Tangentopoli, che ha reso il protagonismo ciarliero di pm e giudici e la celebrazione delle inchieste in piazza non solo un’abitudine, ma anche un appassionante passatempo di chi al bar snobba le chiacchiere sul calcio ritenendole affare da bifolchi. E quando un’inchiesta che finisce in “opoli” si fonde con il rutilante mondo del pallone, il mix che ne risulta è capace di stordire un toro. La sentenza della Commissione disciplinare della Fgic sull’allenatore Antonio Conte verrà iscritta negli annali come un caso di scuola.
La vicenda è nota. Un giocatore del Siena, Filippo Carobbio, accusa dirigenza e allenatore (Conte, per l’appunto) di aver combinato il risultato di una partita, avvertendo la squadra di acconciarsi agli accordi presi. Unico degli interessati a sostenere questa versione dei fatti, Carobbio inguaia l’allenatore. Che viene deferito dalla procura sportiva nonostante la mancanza di riscontri e l’assenza di prove su movimentazioni anomale di denaro. La giustizia sportiva ha tempi contingentati, e l’accusato ha l’onere della prova. Prova, qualora il fatto effettivamente non susstesse, assai complicata da produrre. Alla fine del procedimento lampo (passato per la poco lungimirante scelta del noto patteggiamento), la Disciplinare emette una sentenza di colpevolezza (fornita ai giornali per i titoli di prima pagina con un paio di giorni di anticipo) condannando Conte. Ammorbidendo arbitrariamente il reato del quale è accusato dall’unico teste del pm, quello di frode sportiva, tramutandolo in omessa denuncia. Dieci mesi di stop – un’intera stagione sportiva – una carriera infangata. Se tutto ciò non bastasse a farne un processo indiziario, basta dare una veloce lettura alle motivazioni della sentenza. I giudici hanno ritenuto Carobbio «assolutamente attendibile», pur condannando Conte per un reato che differisce da quanto sostenuto dal suo unico accusatore. Hanno dunque ritenuto «poco credibile» che l’allenatore non fosse a conoscenza del fraudolento operato di alcuni suoi giocatori. Una probabilità che è valsa una condanna. E che si è fondata su un assunto lombrosiano: alcuni dirigenti dello staff del Siena hanno affermato come Conte «fosse un accentratore». «Ecco perché – dicono i giudici – era con tutta probabilità a conoscenza dei fatti». Chiaro no?

(L’Opinione)


Deferite la giustizia sportiva

Se Calciopoli, volendo semplificare, si è dimostrata la Tangentopoli dell’italico sport, peggio si rischia di combinare con il caso Calcioscommesse. Perché truccare il risultato di una partita, truffando agenzie di scommesse e scommettitori, è un reato che se c’entra con l’etica sportiva ancor più attiene alla giustizia ordinaria. E che avrebbe bisogno, nella sua valutazione, di quel sistema di garanzie che il processo sportivo tende a negare.

Si prenda il caso dell’allenatore della Juventus, Antonio Conte. È stato accusato da un suo ex giocatore, Filippo Carobbio, di essere stato parte, insieme al Siena, società nella quale militavano entrambi, della combine di un incontro con il Novara. Una dichiarazione che non ha mai trovato riscontro alcuno: non ci sono testimonianze concordi, né una movimentazione di denaro a comprovarlo. Ma il capo dei pm sportivi, Stefano Palazzi, ha deciso di incriminare lo stesso Conte. Non per aver partecipato alla frode della quale è accusato, ma per aver omesso di denunciarla. Un’accusa arbitraria alla quale è seguita un’incriminazione altrettanto arbitraria. Un bizzarro modo di appurare la verità dei fatti. Di fronte alla quale l’imputato, a strettissimo giro di posta, ha in carico l’obbligo di dimostrare la propria innocenza. E, in mancanza di prove concrete a suo discapito, di patteggiare forfettariamente una pena.

Se l’allenatore juventino ha una colpa, è quella di aver cercato di concordare l’entità della propria squalifica con chi ha portato avanti, in un contesto di regole fumose e incoerenti, un processo indiziario. Nel quale magistratura inquirente e giudicante si sono accontentate di presumere un reato, rilevante anche per la magistratura ordinaria. Lasciando al cittadino Conte l’onere di smontare quella che, in un qualsiasi stato di diritto, si configura come una diceria. Come succedeva con le streghe nel Medioevo. Come è successo con Tangentopoli.

Nonostante piacciano molto alla stampa-bene e ai salotti-buoni del paese, non sarebbe l’ora di smetterla di istituzionalizzare queste class-action caciarone da frignoni del campetto? Quello forte, stronzo e antipatico – nonostante sia tale – ha lo stesso diritto di giocare degli altri. Bisogna farsene una ragione.

L’articolo completo è su L’Opinione.