Pezzo di gesso

“Solo nel Sud del mondo qualcuno poteva pensare che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno”

Piergiorgio Oddifreddi
(sulla Madonna distrutta sabato a S.Giovanni)

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Battute che non sono tali?

Mi è capitato di partecipare ad un dibattito alla Sapienza.
Della materia non possiedo il gergo tecnico, la conosco poco e da profano: scuola, metodi di insegnamento e apprendimento, discipline, aggiornamento insegnanti.
Non ho ben colto, dunque, il quid di una discussione tra Giorgio Israel e uno dei relatori del convegno, raccontata agli uditori di quest’ultimo.
Però, non so dire esattamente il perché, mi ha colto un leggero fastidio quando il dotto professore, con l’affabile bonarietà di un emerito, ha messo in relazione Israel alle proprie idee, definendolo “Nettamente contrario. Anzi, religiosamente contrario”.


Letture impegnative

“Due risposte diverse alla stessa domanda: è possibile garantire al fenomeno religioso l’agibilità dello spazio pubblico? Luca Diotallevi, in Una alternativa alla laicità si propone di smascherare un equivoco secondo il quale, con il concetto di laicità, si tende ad identificare una tematica generale, quella del rapporto tra potere politico e autorità religiosa, e una delle sue determinazioni particolari, la laïcité francese. E individua almeno un modello alternativo di laicità, la religious freedom”.

Dall’incipit della recensione di “Una alternativa alla laicità” pubblicata su Sintesi Dialettica.


Laicité

La Francia approva per legge il divieto di indossare il velo integrale.

Da queste parti, in generale, si continua a preferire il modello anglosassone, dove puoi portare in testa quel che ti pare a patto che non inizi a sparare su chi indossa una croce al collo (e viceversa).
Sulla versione integrale del comodo capo d’abbigliamento, però, si tende a fare un’eccezione.


Hawking e il teorema di un bizzarro geometra

Ho avuto modo di sentire il filosofo Giovanni Reale per Liberal.
A tema, il nuovo volume di Hawking che, facendo uso della semplificazione giornalistica di cui è stato oggetto, sostiene che Dio non esiste.
Il livello del dialogo è così solido e serrato che ve la propongo per intero.

«Se uno non ha esperienza religiosa di alcun tipo, deve tenere giù le mani dall’argomento». Giovanni Reale, tra i più importanti filosofi italiani, utilizza una citazione di Heidegger per rispondere alle teorie del cosmologo Hawking, che nel suo nuovo libro, Il grande disegno, spiega come l’universo sia il frutto di un’autogenerazione che escluderebbe qualsiasi intervento divino.

Ma come professore. Heidegger, il teorico dell’ateismo?
Era ritenuto a torto tale. Gadamer, uno dei suoi più grandi collaboratori, mi disse che era profondamente legato alla ricerca di Dio. E che, forse, prima di morire, lo aveva anche trovato.

Torniamo alle teorie di Hawking.
Sì, anche se c’è da fare subito una premessa. La scienza in quanto tale è strutturalmente impossibilitata a parlare di Dio. Hawking commette un errore di fondo.

E qual è?
Vede, teorie come quella di cui stiamo discutendo sono frutto del lavoro di scientisti, non di scienziati. Gli scientisti tendono a negare ciò che non rientra nel contesto delle categorie di cui si occupano.

Quindi Hawking negherebbe l’esistenza di Dio perché al di fuori del proprio campo di studi?
Quella dello studioso di Oxford è una prospettiva sbagliata. Il suo è uno sguardo sull’universo, che è infinito, al quale applica, al contrario, categorie che sono finite. Poi si consideri che la cosmologia, tra tutte le scienze particolari, è quella che immette nelle sue formulazioni il maggior tasso di fantasia dell’uomo. Basti pensare alla teoria del big bang. All’inizio era un dogma, poi si è passati a pensare che vi fosse stato più d’un big bang, e adesso non se ne parla più, o quasi. D’altronde lo diceva Popper: una teoria scientifica deve essere necessariamente falsificabile.

In effetti elaborare una teoria che sostiene che Dio non esiste lascia pochi spazi a falsificazioni empiriche.
Esatto. Quando parliamo di scienza, ci dovremmo sempre riferire a un procedimento che, d’altronde, si utilizza anche in filosofia: quanto più il filosofo è geniale, tanto più chiude strade che ponevano interrogativi. Le risolve in un certo senso. Ma facendolo, apre strade nuove, lancia nuovi interrogativi.

Hawking sembra solo dare risposte, dunque?
Hawking compie lo stesso errore che compiva Hegel. Il filosofo tedesco aveva la presunzione non di parlare di filosofia, ma di Sofia, del sapere assoluto. Pretendeva, in parole semplici, di avere la verità. Al contrario è già dai tempi di Platone che i grandi filosofi ci hanno ammonito che l’uomo non perverrà mai a possedere e a comprendere la verità. Il compito dell’uomo è quello di ricercare il sapere, senza ridurlo ai propri schemi.

Ma come si può ricercare Dio se non attraverso una capacità in fin dei conti limitata e schematica, com’è quella dell’uomo?
Domanda legittima. Le risponderò con Sant’Agostino. In questi mesi sto curando un’edizione di un suo scritto minore, il Commento al vangelo di Giovanni (uscirà a Natale in edizioni Bompiani n.d.r.), e senta cosa dice ad un certo punto, e mi dica se non risponde alla sua domanda: «Dio può essere desiderato, bramato, amato, sospirato; non può essere pensato in modo conveniente, né spiegato a parole».

L’errore di Hawking è dunque quello di avere la pretesa di spiegare qualcosa che non può essere compiutamente descritto dall’uomo?
Esatto, sempre Agostino dice che se arrivi a dare una spiegazione di Dio, se dici di averne compreso l’essenza, beh, quello non è Dio, è un frutto della tua immaginazione. Un ragionamento molto complesso, che può essere riassunto nella formula: se lo capisci, non è Dio.

Ma Hawking non ha esattamente detto di comprendere chi o cos’è Dio.
Fa lo stesso. L’errore di fondo inficia sempre la bontà del risultato finale. Pareyson, professore di teoretica che ha insegnato a Torino, diceva che i filosofi, quando tentano di spiegare Dio, lo antropomorfizzano in maniera ancora più pericolosa di quanto facevano i classici. Pensare a Dio inserendolo in categorie filosofiche è antropomorfizzarlo, renderlo simile all’uomo, perché inserito in schemi e riferimenti che sono propri della mente umana. E la stessa cosa vale per le categorie scientifiche. Sarebbe molto meglio raffigurarlo solamente attraverso categorie simboliche, che presuppongono di per sé qualcosa d’altro che non è immediatamente afferrabile dalla mente dell’uomo.

Giulio Giorello, noto filosofo della scienza, afferma che le scienze naturali prescindono totalmente da Dio.
Devono prescindere dall’argomento, ha ragione Giorello. Ma percéè non lo possono toccare senza ridurne la portata. È stata un’intuizione di Aristotele a dividere la fisica dalla metafisica. Scisse le due parti, dicendo che le scienze naturali studiano un particolare aspetto della realtà. Da lì, per l’appunto, la denominazione di «scienze particolari». Mentre il metafisico, che non è lo scienziato, si interessa di tutta la realtà, tiene dentro tutti i fattori e tutti gli aspetti.

È un po’ la stessa critica che muove a Hawking Cacciari, che dice che «nulla è più assurdo e antiscientifico cdi pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali»?
Condivido appieno la lettura di Cacciari. Vede, i problemi che pone la metafisica sono in tutto e per tutto i problemi dell’uomo, nella sua complessità. Chiudere questo tipo di problemi nell’orizzonte di una scienza particolare significa snaturarli, modificarli.

Con quali conseguenze?
Le posso dire solo che è molto più pericoloso chi pretende di possedere, di tenere in mano la verità, di chi si rifiuta persino di fare la fatica di un percorso di conoscenza. A me fa molta più paura.

In che senso tenere in mano la verità?
Farò un esempio. Un giorno, insegnavo a Parma, un mio alunno venne da me sottoponendomi un quesito. Il professore, mio collega, che insegnava geometria, gli aveva spiegato che, secondo un teorema geometrico, l’esistenza di Dio era impossibile. Chiesi allo studente che tipo di geometria utilizzasse il professore. Mi rispose quella euclidea. Capisce? Quel professore diceva che Dio non esisteva partendo dalle certezze di allora. Ma con il tempo si è capito che le categorie della geometria euclidea erano ristrette, che c’era molto di più. Quello di Hawking è lo stesso ragionamento, aggiornato ai tempi in cui viviamo.

Il libro uscirà giovedì prossimo, a una settimana dalla visita del Papa in Gran Bretagna. Un caso?
Dubito fortemente che lo sia. Perché le posizioni atee sono profondamente disturbate in presenza di qualcuno che crede. Pongono un problema da risolvere, da eliminare. E chi crede di più se non il Papa?


Heidegger bachetterebbe Hawking

Hawking, nel suo nuovo libro, sostiene di aver capito tutto: Dio non esiste perchè esiste la legge di gravità, e se voleva creare l’uomo che bisogno aveva di ammennicoli quali pianeti, galassie e distanze siderali?
Io potrei molto banalmente, e non senza un tocco di blasfemia, rispondere che Dio ha creato tutto quel popo’ di roba perché l’uomo potesse inventarsi il cinema di fantascienza.
Al contrario, il filosofo Giovanni Reale, con il quale ho avuto il piacere di discorrere oggi, lo critica con qrgomenti profondi e circostanziati.
Usando l’Heidegger di “Se uno non ha esperienza religiosa di alcun tipo, deve tenere giù le mani dall’argomento”, per esempio.

Saprete tutto su Liberal di domani.


Esaltare il civil law in America

Così Barack Obama sul progetto di costruire una moschea Ground Zero: “Come cittadino e come presidente credo che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la loro religione di chiunque altro in questo paese. Questo include il diritto di costruire un luogo di preghiera e un centro per la comunità su una proprietà privata a Lower Manhattan, in conformità con le leggi locali e le ordinanze”.

Legalmente inappuntabile. Ma solo legalmente però.


Parliamo un po’ di policies

Che ne pensa Fini della valenza pubblica della religione?
Ci aiuta Luca Diotallevi, nel suo Un’alternativa alla laicità.
Parlando di tutt’altro, centra involontariamente un perfetto sunto del pensiero finiano, che da queste parti si intende a non condividere (si preferisce il modello di religious freedom che Diotallevi stesso illustra largamente nel suo volume):

…le radici rousseauiane della laicitè sono vitali e per quelle radici non solo la religione di chiesa va privata di ogni influenza sulla vita pubblica e sulla morale individuale, ma questa influenza va sostituita con l’influenza di un’altra religione prodotta, regolata e socializzata dal potere politico. Questo è propriamente la religion civile” (p. 99).


Geova non vuole che si sposi

Oggi è domenica.
Per cui mettetevi il computer sulle gambe, accendete una sigaretta e leggetevi questo blog, dal post più vecchio all’ultimo. Io l’ho scoperto ieri notte.
E’ una storia, vera. Con lieto fine (o quasi) e tutto il resto.