Sulle nomine Ue Renzi ha vinto il primo set, ma ha perso la partita

“Una decisione positiva, anche dal punto di vista dell’organizzazione complessiva. I vicepresidenti a coordinamento delle macroaree era una soluzione che noi auspicavamo per rendere il lavoro più efficiente”. Sandro Gozi, la delega più pesante di tutti i sottosegretari del governo di Matteo Renzi, quella agli Affari europei, comunica soddisfazione e ottimismo.

Ma la distribuzione delle deleghe della nuova Commissione Ue decisa da Jean-Claude Juncker è un capolavoro di mediazione in salsa merkeliana. Il dato numerico dà ragione alle truppe della Cancelliera tedesca (13 i popolari, 8 i socialisti, 6 i membri dell’Alde e un conservatore britannico), ma su quello, complici le indicazioni dei governi nazionali, il margine di trattativa era limitato.

La vittoria del fronte Ppe legato alle politiche dell’austerità arriva soprattutto sul fronte delle deleghe. Perché Pierre Moscovici, il socialista francese pro-crescita, ha sì ben sfruttato l’asse Renzi-Hollande che lo ha proiettato verso il portafoglio dell’Economia. Ma la contromossa dei rigoristi è stata quella di affiancargli Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen. Il lettone e il finnico hanno conquistato rispettivamente le poltrone di Commissario per l’euro e di Coordinatore del comparto della crescita. Entrambi dallo scranno della vicepresidenza, posizione che, di fatto, gli consente di monitorare da vicino i movimenti di Moscovici.

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Nomine Ue, arriva l’endorsement ufficiale dell’Italia per Moscovici all’Economia

“Buone possibilità”. Sandro Gozi, il sottosegretario del governo Renzi con la delega più pesante, quella delle politiche europee, lo dice senza mezzi termini: “Dal vertice del 30 agosto spero proprio che Federica Mogherini esca con l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera”. Un vertice preparato in stretta sinergia con Parigi. Gozi spiega che “non esiste nessun ticket, parliamo con tutti, il dialogo con Berlino è fondamentale”, ma indirizza un pesante endorsement alla candidatura del socialista francese Pierre Moscovici quale commissario all’Economia: “A noi come Italia Moscovici sembra un ottimo candidato. È stato ministro agli Affari europei e ministro dell’Economia nel suo paese, e ha una visione della politica economica europea in cui ci ritroviamo, per questo a noi andrebbe bene”.

Tutto fatto per la Mogherini?

Ci sono buonissime possibilità. Diciamo che la soluzione si basa sulla composizione di vari equilibri, cosa inevitabile in un’Europa composta da 28 paesi. E serve anche un equilibrio fra Ppe e Pse. A un numero uno della Commissione proveniente dalle fila dei Popolari, uomo, e dell’Europa del Centro-nord come Jean-Claude Juncker deve corrispondere un Alto rappresentante (e vicepresidente) proveniente dall’area socialista e democratica. Se poi è donna, è giovane e del Sud del Vecchio continente la complementarietà è ancora maggiore.

 

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Mattew D’Arabia

Un passaggio “non indispensabile ma voluto dal governo”, come ha spiegato il ministro Federica Mogherini di fronte alle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato. Il titolare della Farnesina si è appellata ad alte ragioni di concertazione e condivisione delle scelte dell’esecutivo in merito alla politica internazionale.

Ma dietro l’inusuale informativa al Parlamento di mezzo agosto sull’invio di armi (subito uno slot di automatiche di utilizzo corrente dell’Esercito italiano, poi un pacchetto di armi leggere di provenienza sovietica immagazzinate dopo un sequestro oltre vent’anni fa) c’è la volontà dell’esecutivo di Matteo Renzi di tutelarsi sul fronte interno nell’ambito di settimane nelle quali il premier si sta giocando in Iraq una buona fetta della propria credibilità quale leader europeo.

“Non si potevano rischiare polemiche ferocissime – spiega un deputato del Partito democratico – che sicuramente sarebbero scoppiate se avessimo inviato materiale bellico per decisione del solo governo. Renzi su quello scacchiere sta investendo fiches che vuole incassare, in termini di leadership e carisma, su altri dossier. E la partita è complicatissima, per cui il fronte ‘romano’ doveva essere tutelato”.

Così, nonostante la convocazione recasse una semplice “informativa del governo”, i parlamentari democratici sono stati raggiunti 48 ore prima da un sms. Il senso? “Tornate a Roma, perché si vota”. Un voto cercato, anche per disinnescare la minaccia di una propria risoluzione che il Movimento 5 stelle aveva annunciato in anticipo.

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Il testo integrale della risoluzione M5s sulle armi ai kurdi

Niente kalashnikov e armamenti leggeri, sì all’invio di giubbotti antiproiettile ed elmetti. La bozza della risoluzione M5s – che pubblichiamo in anteprima – sull’aggravamento della situazione in Iraq e sull’invio di materiale bellico italiani ai peshmerga che combattono contro i miliziani dell’Isis, è priva di qualunque traccia di una possibile elevazione a interlocutore politico dei fondamentalisti islamici, come era echeggiato nelle parole di Alessandro Di Battista qualche giorno fa.

Al contrario, il Movimento 5 stelle chiede che venga avviata un’azione diplomatica che miri a riconoscere i diritti delle popolazioni curde. In poche parole, no ai fucili, sì a uno stato kurdo. Si legge infatti: “Non di armi ma di diritti avrebbe bisogno il popolo kurdo, visto che la sua soluzione, in uno stato laico e multietnico, dovrebbe per forza mettere mano ai confini post coloniali scritti con “il sigaro di Churchill sulla sabbia”. Insieme alla soluzione della vicenda palestinese la soluzione politica della vicenda kurda rappresenterebbe un passo fondamentale verso la pace e la stabilità del Medio Oriente”.

La risoluzione (“Ovviamente una bozza, che potrà essere modificata a seconda di quel che emergerà”, spiegano i 5 stelle), invoca la creazione di una “cabina di regia che informi il Parlamento sullo stato della situazione nell’area indicata, al fine di valutare prontamente eventuali azioni”, a partire da “una iniziativa internazionale per il cessate il fuoco, la smilitarizzazione delle città contese, l’apertura di corridoi umanitari, il ripristino delle forniture di acqua potabile e di energia elettrica, il sostegno e l’accoglienza ai profughi come precondizione per il ritorno in sicurezza degli stessi nei loro villaggi e case”.

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Domani il #M5s sceglie l’alleanza europea. Ma Farage rischia comunque di finire tra i non iscritti

A leggere tra le righe, il primo cambiamento di quella che Beppe Grillo vorrebbe come “forza responsabile e moderata di governo” avverrà giovedì. Gli elettori del Movimento 5 stelle saranno chiamati a scegliere il futuro dell’europattuglia grillina. Eil sondaggio che verrà proposto sul blog non sarà un secco “Farage sì / Farage no”, come si era ipotizzato in un primo momento.

In lizza, oltre all’Ukip, dovrebbero figurare anche i Verdi, l’Ecr, il gruppo guidato dai conservatori britannici e l’Alde. Ma l’Alleanza dei liberali veleggia su posizioni troppo filoeuropeiste rispetto alla linea movimentista, e la sua presenza nel carnet non è destinata a riscuotere particolari consensi. Di sicuro rimarrà fuori dalle opzioni possibili la formazione europopulista di Marine Le Pen, con la quale non è mai stato intavolato nemmeno un abbozzo di dialogo.

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Ex piduisti e gesuiti celebrano al Senato l’ambasciatore del caso Shalabayeva

Nel nostro paese si pratica la tolleranza e il rispetto per gli altri popoli”. Non solo: “La tolleranza è la norma della cultura politica e principio chiave del nostro stato, fondato sulla tolleranza e sull’umanità, sul rispetto verso le appartenenze religiose. Perché non esistono oriente e occidente, esiste l’umanità”.

Parole belle, toccanti, salutate dal fragoroso applauso nobilitato dall’eco dell’imponente e prestigiosa sala Zuccari del Senato della repubblica italiana. Parole pronunciate dall’ambasciatore del Kazakhstan in Italia, Andrian Yelemessov. Già, proprio quello che esercitò presso le nostre istituzioni pressioni al limite della liceità per far estradare Alma Shalabayeva e sua figlia, ritenute dal governo di Astana terroriste internazionali. Proprio quello che è stato iscritto al registro degli indagati dalla procura di Roma per sequestro di persona e ricettazione.

Tutte ragioni di opportunità che non hanno impedito all’amministrazione di Palazzo Madama di cedere per un pomeriggio uno degli spazi più prestigiosi dei Palazzi romani per consentire la presentazione del libro “L’unità nella diversità. Religioni, etnie e civiltà del Kazakhstan contemporaneo”. Ragioni legate ovviamente non alla bontà del volume, edito dall’Istituto in geopolitica e scienze ausiliarie, ma per l’annunciata presenza di una figura così discutibile legata alla cronaca degli ultimi mesi e la cui condotta ha quasi portato ad una crisi di governo.

Così, per un pomeriggio, il Senato è diventato surreale palcoscenico per la celebrazione del paese euroasiatico e del suo autarca, Nursultan Nazarbaev. “È stato eletto con libere elezioni”, lo ha difeso Gianfranco Lizza, ordinario di Geopolitica alla Sapienza di Roma, un passato discusso per la sua affiliazione alla Loggia della P2 (sua era la tessera 233). Scordandosi di aggiungere che alle ultime ha incassato un poco verosimile 95,5% di suffragi.

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Una cosa sulla visita di Putin in Italia

“Deve capire che la scelta che avevamo di fronte non era fra una transizione ideale all’economia di mercato e una transizione con infiltrazioni criminali. La scelta era fra quest’ultima e la guerra civile”

(Egor Timurovic Gajdar, primo ministro di Boris Eltsin)

I have a drone

Ieri un piccolo aeroplanino telecomandato ha sfiorato Angela Merkel durante un comizio.

Oggi è arrivata la pittoresca rivendicazione del Piratenpartei:

“Volevamo farle capire cosa si prova quando ci si trova improvvisamente a essere osservati da un drone”


“Ci risentiamo quando scoppia la Terza guerra mondiale”

“Qual è il destino del governo se ci troviamo coinvolti nell’esplosione del Medioriente? Se scoppia la Terza guerra mondiale ci risentiamo”. Maurizio Gasparri è caustico. Stamattina il cacciatorpediniere Andrea Doria è salpato dalle coste italiane per andare a incrociare nel Mediterraneo orientale. Nel sud del Libano c’è il contingente Unifil, forza d’interposizione a guida italiana tra Hezbollah e Israele, del quale fanno parte 1100 nostri militari.

Che succede se, attaccata, la Siria, (ma anche l’Iran o Hezbollah) reagisce bombardando Israele? E che si fa se Tel Aviv risponde al fuoco, con i nostri lì in mezzo? Domande che hanno ispirato l’invio cautelativo dell’Andrea Doria: “La nave – spiegano fonti del ministero – ha un’alta capacità di difesa aerea e di supporto sanitario, e opererà di concerto con la flotta Unifil già schierata nell’area”.

“La notizia è stata caricata di molta enfasi – spiega il sottosegretario piddino Roberta Pinotti – Ma è ovvio che dove ci sia un rischio ci si attrezzi per scongiurarlo, rientra nelle normali procedure”. E dunque un rischio all’orizzonte si profila, ma non sembra preoccupare più di tanto i Palazzi romani, occupati come sono a riflettere su come affrontare una crisi di governo che ancora non si sa se e quando si manifesterà.

Gli unici ad aver preso sul serio la faccenda sembrano i deputati del Movimento 5 stelle.

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Tutti i nostri soldati tornino in Italia, propone l’M5s

Mai più militari italiani all’estero. Dopo la richiesta del ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan, è una mozione sulla situazione del Mali a dare il là ai deputati del Movimento 5 stelle per alzare l’asticella sulle tematiche di politica estera. Non solo Kabul, dunque, ma tutti gli scenari in cui l’esercito si trova impegnato in missioni internazionali deve essere sgombrato dal grigioverde delle nostre divise. Manlio Di Stefano, capogruppo stellato in commissione Esteri alla Camera, è categorico: “Chiediamo con forza che i nostri soldati non escano più dal territorio del nostro paese se non per missioni di assistenza a popolazioni in difficoltà”.

“Qualsiasi intervento militare che ha visto impegnati i nostri contingenti è stato fallimentare” aggiunge Alessandro di Battista, che della Commissione è vicepresidente. “Se si pensa a posteriori agli interventi in Kosovo, in Iraq, in Afghanistan si comprende come abbiamo solo buttato soldi e vite umane. Per questo vogliamo i nostri militari non sparino mai più un colpo”. Lo spunto è stato quello che Carlo Sibilia racconta come un “lungo lavoro di raccolta di dati e informazioni sulla situazione nel paese africano”. È Di Battista a illustrarne i risultati che fanno parte delle premesse alla mozione che oggi è stata depositata a Montecitorio: “Sappiamo che c’è un coinvolgimento di alcuni nostri esperti militari nel paese, ma per il resto non abbiamo informazioni ulteriori, cosa che il governo dovrebbe invece fornire. Il primo luglio partirà un contingente di 12mila uomini autorizzato dalle Nazioni Unite, e ancora non sappiamo in che modo ci coinvolgerà”.

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