Tora Tora Tora

Pearl Harbor, 70 anni fa


Il livetwitting da Stalingrado

Nicola Mirenzi, su Europa, racconta la storia di Alwyn Collison, ragazzo inglese che ha aperto un account twitter e ha iniziato a raccontare, come se vivesse nel 1939, la seconda guerra mondiale ora per ora con un livetwitting:

Per una volta lo si può dire senza paura di spararla troppo grossa: la giornata di ieri è una di quelle che rimarrà nella Storia (sì, con la maiuscola). Il governo tedesco ha emanato un decreto che intima «agli ariani sposati con ebrei di divorziare entro un anno, altrimenti affronteranno le gravi conseguenze previste». La notizia è stata pubblicata di mattina presto su Twitter da un utente britannico che vive ancora nel 1939.
Meglio: è come se vivesse nel ‘39. Si tratta di Alwyn Collinson, 24 anni, una laurea in storia del rinascimento a Oxford. Il quale, dopo aver pensato a come catturare l’attenzione della rete, a settembre ha deciso di aprire un profilo Twitter (@realtimewwii) in cui racconta giorno per giorno tutta la Seconda guerra mondiale: ogni notizia, 140 caratteri. La versione in inglese ha già raggiunto in pochi mesi quota 146mila followers. Poi c’è la traduzione in cinese, spagnolo, arabo, russo, portoghese. E trattative sono in corso per quella in tedesco, francese e olandese (in italiano niente, e non è una scusa il fatto che Benito Mussolini non abbia ancora trascinato l’Italia in guerra: la Turchia, che pure è rimasta neutrale, ha già un corrispondente che traduce i tweets di Collinson).

L’articolo continua su Europa.


Cicatrici toponomastiche

Via Capodistria, piazza Carnaro, via Parenzo, via Cherso, via Lussinpiccolo. E poi via Parenzo, piazza Fiume, viale Pola, via Zara e piazza Istria.
Impresse nella toponomastica della capitale le cicatrici di luoghi su cui non sventola più la bandiera italiana, ricordi di luoghi che, forse più di altri, sono stati segnati dal poderoso e irreversibile fluire della storia. Roma è forse, insieme a Trieste, la grande città nella quale più è viva l’attenzione per la Giornata del ricordo. E non solo perché le istituzioni, alle quali la legge del 2004 assegna il compito di ricordare l’esodo e l’abbandono dei confini pre-bellici, hanno sede sui sette colli.
«Ma anche perché Roma, nella codifica ufficiale dei quartieri urbani e suburbani, è l’unica che ha intitolato una zona del suo territorio, quella più meridionale, a ricordo di quella storia. Il quartiere 31 si chiama effettivamente ancora oggi “Giuliano – Dalmata”». Lo spiega Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume, che sorge a due passi, per l’appunto, da Piazza Giuliani e Dalmati. Un nome non solo commemorativo, ma radicato nella storia della città. Alle fine della guerra, infatti, le popolazioni istriane e dalmate che subirono l’esodo e arrivarono a Roma si stabilirono nei capannoni che erano stati l’alloggio di fortuna degli operai impiegati nell’allestimento dell’Esposizione Universale Roma del 1942, che mai fu realizzata.
Un quartiere che oggi ospita circa 30.000 persone, nel cuore del quale sorge un vero e proprio mausoleo di documenti storici e archivistici. «Abbiamo raccolto nel corso degli anni circa seimila volumi sull’esodo, oltre ad un’enorme quantità di materiali d’archivio – spiega Micich – in italiano, ma anche in croato, serbo, ungherese e tedesco». Dal 1964, grazie agli investimenti e ai sacrifici degli esuli, l’Archivio è il luogo per eccellenza di conservazione di una memoria storica propria del confine orientale, ma che ha contaminato nel corso degli anni la storia della capitale, mescolandosi al tessuto urbano cittadino.

L’intervista continua sul Sussidiario.


All’improvviso

Per il Sussidiario stiamo facendo una serie di articoli sulla mostra del Pci.
Non ho avuto tempo di andare a vederla.
Lavorandoci su, però, ho incontrato questa foto, all’improvviso.
Un fascino antico, potente e malinconico.


Il popolo avanti, e dietro tutti quanti

Il sottile confine tra comunicazione politica e culturale, tra informazione storica e ricaduta di quest’ultima sul presente, è lo sfondo che sta animando l’interessante dibattito sviluppatosi intorno ad “Avanti popolo!”, la mostra sui sett’antanni di storia del Partito comunista italiano allestita alla Casa dell’architettura di Roma.
Edoardo Novelli, docente di Comunicazione Politica e Opinione Pubblica alla terza università di Roma, prova a fare il punto della situazione sia tenendo presente sia il metodo che il contenuto della vicenda.
«Quel di cui stiamo parlando è una mostra che ricostruisce le vicende del Pci attraverso la riproposizione di materiale storico d’epoca e pannelli informativi. È evidente che la storia che racconta ha un suo certo peso sull’Italia, sia dal punto di vista politico che da quello sociale e culturale, perché il Partito comunista, comunque lo si consideri, è stato un protagonista della nostra identità».

Non corre il rischio di passare più come un evento mediatico che come una ricostruzione storica?

Nel ripercorrere una storia come questa la differenza è sottile. È una mostra che punta sui materiali contemporanei, audio-visivi, interattivi in generale. Ma usa un criterio scientifico rigorosissimo, anche perché i soggetti che l’hanno promossa sono tra i più titolati un questo campo di studi. Bisogna poi considerare che non è un convegno accademico, ma un evento che mira ad attrarre il grande pubblico.

Novelli, sul Sussidiario, spiega perché il Pd si trova in forte imbarazzo di fronte alla mostra.


“Come on, people!” (Avanti popolo)

Una mostra curata dalla Fondazione Gramsci e dal Centro Studi di Politica Economica racconta a Roma, ospitata dalla Casa dell’Architettura, settanta anni di storia del Partito Comunista Italiano. L’intento, si legge nel sito ufficiale è quello di «dare conto della straordinaria e articolata messe di documenti del Pci», ma di «utilizzare, al tempo stesso, anche documenti che fossero sul Pci», quali i cinegiornali della Settimana Incom o i documenti dei Comitati Civici. L’intento dei curatori era quello di offrire «più piani di lettura», dei documenti proposti, tali da permettere di offrire «il senso di questa storia nel contesto della storia d’Italia, cercando di non omettere nulla anche sugli aspetti più drammatici e discussi della vicenda del Partito comunista italiano».

Un obiettivo che sulla stampa quotidiana sembra essere lontano dall’essere raggiunto. Il dibattito giornalistico si è sviluppato nel solco della polemica legata alla contingenza e alla convenienza politica del momento. Un’«operazione nostalgia» per alcuni, uno sprone a «guardar quello che si era per altri. Perdendo forse di vista i fatti.

«Oggi non esistono eventi culturali non mediatici», riflette il professor Paolo Pombeni, editorialista del Messaggero e docente di Storia dei sistemi politici all’università di Bologna.

Sul Sussidiario l’intervista al professor Pombeni.


Thank you, and good night

Oggi, sessant’anni fa, Ike.


Cose noiose per i più

L’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan alla fine del 1979 suscitò un ampio dibattito che animò la pubblicistica per tutto l’anno successivo. Sulle pagine del quindicinale dei Gesuiti, alle cronache sugli avvenimenti si alternarono analisi approfondite sulle conseguenze delle decisioni prese dal Cremlino. La rivista assunse una posizione precisa e articolata di condanna su qualsivoglia risoluzione violenta delle controversie internazionali.

Ne scrivo qui.


Razza e fascismo

Giorgio Israel scrive un libro che sarebbe da leggere.


7 novembre

Oggi, per chi non lo sapesse, è l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.