Mobbasta veramente però

Caro Pietro ti scrivo. Non è esattamente questa l’intestazione della missiva che Giorgio Napolitano ha indirizzato a Grasso e a Laura Boldrini. Ma nel giorno di riapertura del Parlamento dopo la sosta natalizia (riapertura durata poco più di un battito di ciglia, se ne riparlerà il prossimo 8 gennaio) dal Colle è scesa una letterina diretta agli scranni più alti dei due rami del Parlamento. È toccato alla première dame di Montecitorio darne lettura. Incautamente, l’ha definita un “messaggio”. Pronta la correzione, insieme formale e sostanziale, del segretario generale della Camera. Ugo Zampetti, terminata la lettura, si avvicina all’orecchio della presidente, che riaccende prontamente il microfono: “Ovviamente ciò di cui vi ho dato lettura non è un messaggio alle Camere, ma una lettera del presidente”.

“Un atto irrituale”, lo definisce un funzionario di Palazzo che ha visto transitare sul colle più alto di Roma almeno cinque inquilini. Una lettera nella quale Napolitano mette i puntini sulle “i” sull’affaire Salva-Roma. Quel contestatissimo decreto nel quale si sono introdotti e sfilati codicilli senza soluzione di continuità, che è stato ritirato in tutta fretta dal governo alla vigilia di Natale. “Il Colle non l’avrebbe mai fatto passare – spiega una fonte di Palazzo Chigi – non abbiamo proceduto alla convalida per evitare che lo rimandasse alle Camere”.

E proprio su questo torna il presidente della Repubblica: “Nell’iter parlamentare sono stati aggiunti al testo originario del decreto 10 articoli, per complessivi 90 commi, che mi inducono a riproporre alla vostra attenzione la necessità di verificare con il massimo rigore l’ammissibilità degli emendamenti ai disegni di legge di conversione”. Un’osservazione sostanziata dallo staff di Enrico Letta: “Sul Salva Roma c’era la firma del presidente. È normale che, se suo percorso in Parlamento, il provvedimento viene stravolto, il capo dello stato possa riservarsi di non controfirmarlo. In questi casi le correzioni devono essere minime”.

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Letta non salirà la Scala

Motivi familiari. Sono quelli addotti da Palazzo Chigi per giustificare l’assenza di Enrico Letta dall’inaugurazione della Scala di Milano del prossimo sabato sera. Il presidente del Consiglio non ci sarà, confermano dallo staff, ma la rappresentanza istituzionale sarà garantita dalla presenza di Giorgio Napolitano, assente lo scorso anno. Nessun tentativo di non sovraesporsi mediaticamente alla vigilia delle primarie, anche perché, spiegano ancora gli uomini del premier, domenica Letta si recherà regolarmente alle urne per esprimere la propria preferenza tra Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati.

Ovviamente nei corridoi di Montecitorio le interpretazioni non sono tutte così benevole. E c’è chi indica l’insofferenza del presidente del Consiglio nei confronti del sindaco di Milano come uno degli argomenti che hanno pesato nella scelta. Non è un mistero che Giuliano Pisapia guardi con simpatia al sindaco di Firenze, che con le sue dure prese di posizione sta mettendo e non poco in difficoltà l’esecutivo. Ma il terreno su cui lo scontro è più acceso è quello dell’Imu. Già, perché il primo cittadino meneghino si è sempre posto in prima linea nella battaglia dei sindaci per garantire le coperture del mancato introito della tassa sulla casa, arrivando a dire prima del Consiglio dei ministri che ha sbloccato la situazione che era pronto “a sfiduciare l’esecutivo”, perché “se il governo non manterrà gli impegni sull’Imu ci troveremo di fronte a una rottura istituzionale estremamente grave”.

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Guerra fredda (per ora) sulla legge di stabilità

Non è nemmeno l’ora di pranzo di una sonnacchiosa domenica di novembre quando arriva un inusuale comunicato del Tesoro. L’estensore spiega che stato vergato “in merito alle valutazioni espresse da osservatori e commentatori sull’impatto fiscale della manovra”. Ma l’irritualità di una nota domenicale fa pensare subito ad altro. Fabrizio Saccomanni ha preventivamente indirizzato le proprie bocche di fuoco in direzione di piazza San Lorenzo in Lucina. L’obiettivo è quello non di colpire la neonata Forza Italia, ma di respingere sul nascere il cannoneggiamento che sta iniziando da parte dei colonnelli azzurri.

In settimana Enrico Letta ha incontrato la triade composta da Angelino Alfano, Renato Brunetta e Renato Schifani. I quali a Palazzo Chigi hanno fatto capire che, in vista del possibile big-bang della decadenza di Silvio Berlusconi, il terreno della legge di stabilità è irto di insidie. È quello il campo dove il Pdl potrebbe far inciampare il governo dopo l’estromissione del Cavaliere dalle aule parlamentari, ed è quella la partita dove gli uomini di Silvio alzeranno i toni.

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Taglio del cuneo fiscale? Fumata nera tra governo e sindacati

Non il solito incontro nella sala conferenze di Palazzo Chigi, ma un meeting ristretto nell’appartamento del premier. Enrico Letta sceglie una formula più intima per incontrare i sindacati in vista del varo della legge di stabilità, attesa per il prossimo 15 ottobre. “Un metodo scelto per favorire la massima libertà di dialogo – spiegano fonti vicine al presidente del Consiglio – D’altronde Letta ha sempre rivendicato che il dialogo con le forze sociali dovesse essere coltivato, nel rispetto dei ruoli di ciascuno”.

Un faccia a faccia interlocutorio che i rappresentanti delle tre sigle sindacali hanno così commentato: “Numeri non se ne sono fatti – ha spiegato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni – il presidente del Consiglio ha detto che è interessato ad aprire la discussione fiscale nella legge di stabilità”. Sulla stessa linea anche Susanna Camusso (Cgil): “Perso un mese, finora solo intenzioni” e Luigi Angeletti (Uil): “Nei prossimi giorni vedremo ma – spiega – no ad operazioni simboliche”.

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Se Letta eviterà il voto di fiducia, sarà il M5s a imporlo

Se domani Enrico Letta, al termine della discussione che avrà luogo prima al Senato e poi alla Camera, non chiederà il voto di fiducia, saranno i parlamentari del Movimento 5 stelle a stanare la maggioranza e imponendo la conta. “Se il presidente del Consiglio non farà una verifica parlamentare per capire se la sua maggioranza esiste ancora, abbiamo pronta una mozione di sfiducia che depositeremo immediatamente, chiedendo che Palazzo Madama si esprima non più tardi di venerdì”.

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Non saranno i grillini a salvare Letta

Il soccorso ad Enrico Letta non arriverà dal versante del Movimento 5 stelle. Si contano sulle dita di una mano i senatori disposti a votare la fiducia al governo, sempre che mercoledì si arrivi al voto. Sono tre o quattro quelli che si lascerebbero “convincere da quel che dirà il presidente del Consiglio in Aula”. Tra questi Luis Orellana, ma è probabile che anche l’ex candidato alla presidenza di Palazzo Madama alla fine opterà per il no. Francesco Campanella, tra i più aperturisti della combriccola, ha ribadito secco: “Non voto nessuna fiducia”. La questione, d’altronde, non è mai stata affrontata in questi termini durante l’assemblea dei parlamentari grillini.

La spiegazione è semplice: si tratta di rinnovare la fiducia all’attuale governo, pur monco della delegazione pidiellina. Da questo orecchio i parlamentari stellati, anche i più dialoganti, non ci hanno mai sentito e continuano a non sentirci. Tutt’altro discorso si aprirebbe qualora il premier non ce la dovesse fare, e si aprisse la partita che porterebbe ad un nuovo esecutivo. In quel caso, per una buona metà degli esponenti grillini a Palazzo Madama, la prima opzione non sarebbe quella delle urne. “Andiamo dal Pd con le nostre proposte, lasciamo che siano loro a respingerle”, diceva ancora oggi Lorenzo Battista, tra i più battaglieri su questo fronte insieme ad Orellana (assente, quest’ultimo, alle riunioni odierne dei gruppi parlamentari). Il pensiero prevalente fra i grillini che non guardano alle urne come unica strada possibile lo ha riassunto Serenella Fuksia: “Io non sono contenta di andare al voto, sono arrabbiatissima – ha detto la senatrice ai microfoni di RadioDue – Però dico, questo governo non può esser costituito da elementi indicati dal M5s?”.

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Lo stato dell’arte della trattativa sull’Imu

L’accordo è ad un passo. La laboriosa mediazione dei tecnici del governo e di Enrico Letta in prima persona sta conducendo ad una schiarita sul nodo dell’Imu, tappa cruciale per la sopravvivenza del governo. Una giornata intensa, che ha visto una girandola di incontri tra lo stesso premier, Angelino Alfano, Guglielmo Epifani, Fabrizio Saccomanni e Renato Brunetta.
“Rimangono dei problemi tecnici sulle coperture, ma pensiamo di trovare una soluzione”. Le parole a fine giornata di renato Brunetta offrono bene il polso della situazione.

L’intesa politica nella sostanza c’è, manca appena qualche spigolatura di contorno: la prima rata (quella di giugno) non verrà pagata da nessuno, nessuna nuova tassa graverà per il 2013 sulle tasche dei contribuenti (come ha confermato il ministro Flavio Zanonato) e dal 2014 arriverà la service tax, che vedrà i natali nella legge di stabilità e che, assicurano fonti del governo, “avrà un impatto assai minore di quanto non ha inciso finora la tassa sulla prima casa”.

Una soluzione che accontenta tutti: dà ossigeno a Letta, fornendogli un argomento in più nel caso il Pdl decidesse di staccare la spina in caso di decadenza di Silvio Berlusconi da senatore; offre agli azzurri una freccia al proprio arco da sventolare sotto gli occhi del proprio elettorato.

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I furbetti dello strapuntino

“Temo che la principale preoccupazione [di alcuni senatori del Pdl n.d.r.] sia quella della propria ricandidatura. E se il problema è quello, si possono mettere tante spade per la rielezione sulla bilancia di Brenno (*) quante se ne vuole, ma non ci sarà nulla da fare: se gli converrà se ne andranno comunque”. Clemente Mastella attinge alla storia classica, a Tito Livio in particolare, per tratteggiare la sua fosca previsione sui possibili ‘Responsabili’ pronti a tradire Silvio Berlusconi per sostenere un Letta-bis: “Il problema di questi signori è solo uno: essere rieletti”. Tutti, per il momento, provenienti dal Meridione, una terra che l’europarlamentare del Pdl conosce come le sue tasche. “Il punto – spiega – è che alcuni aspetti della politica del Sud sono più marcati che in altre zone, che pur non ne sono privi. La concezione è più legata alle dinamiche della vita reale, si ragiona sull’oggi più che pensare al domani”. Secondo l’ex Guardasigilli “un governo dai numeri esigui avrà le gambe corte, non potrà andare avanti a lungo”. Ma forse non potrà essere evitato, perché, se è il sottosegretario Giuseppe Castiglione a soffiare sul fuoco della fronda, “beh, lui non è di certo il leader che l’Europa intera ci invidia”.

Dunque l’esecutivo ha le ore contate?

Le larghe intese come esperienza politica sono fallite. La situazione emergenziale richiede che ci sia un governo di questo tipo, ma è proprio il termine ‘intesa’ che non è all’ordine del giorno. Non c’è sul programma né sulla legge elettorale, è una trama che non è mai stata intessuta.

Lo scossone è arrivato dalla condanna di Silvio Berlusconi.

È tutto franato lì. La soluzione ideale voluta da qualcuno, che sublimerebbe tutto, sarebbe fare fuori il Cavaliere ed andare avanti.

Facile a dirsi…

… ma impossibile a farsi.

Qualcuno, anche nel Pdl, è tentato di farlo fuori almeno dal governo, continuando ad appoggiare Enrico Letta anche in caso di strappo.

È naturale. Appena i segnali di una fine imminente hanno iniziato a manifestarsi,sono venuti fuori i dissidenti. Che non capiscono che sarebbe assai rischioso, per la stabilità del paese e negli equilibri europei, dare vita ad un esecutivo dalla maggioranza esigua.

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Countdown sull’Imu

Si chiude l’incontro tra Guglielmo Epifani e i ministri del Pd e arriva il comunicato: “Le priorità riguardano la scuola, il rifinanziamento della Cassa integrazione guadagni, il tema degli esodati. In una fase di drammatico calo dei consumi interni sarebbe utile evitare il previsto aumento dell’aliquota Iva”. Attorno al tavolo di via del Nazareno, oltre al capogruppo al Senato Luigi Zanda e al responsabile economico del partito Andrea Colaninno, l’intera compagine governativa: da Dario Franceschini a Graziano Delrio, da Cecile Kyenge a Maria Chiara Carrozza, da Massimo Bray ad Andrea Orlando. Tutti insieme mettono i puntini sulle “i”: il risanamento del paese non passa per l’abolizione dell’Imu, i problemi sono altri.

Ma, ovviamente, il piatto forte è stato quello: “Il tema del superamento dell’Imu, come previsto dal programma di governo – prosegue la nota – dovrebbe essere affrontato attraverso soluzioni eque e che siano nel contesto di un riforma federale”.
Schermaglie utili al Pd per dimostrare di non aver ceduto completamente il passo alle richieste del Pdl (“Non accettiamo ultimatum, non c’è solo l’Imu”, ha ribadito Epifani), ma l’accordo sembra ad un passo, in vista dell’incontro tra il segretario del Pd ed Enrico Letta previsto per il pomeriggio.

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Storia minima del gattopardismo contemporaneo

Quattro siciliani, un calabrese. Sarà un caso, ma i primi onorevoli del centrodestra che hanno manifestato la propria insofferenza rispetto alla tentazione di Silvio Berlusconi di staccare la spina al governo di Enrico Letta sono tutti uomini con le radici profondamente ancorate al meridione del Belpaese.

L’abusato motto di Tomasi di Lampedusa del “cambiare tutto per non cambiare niente” è utile per riassumere in una battuta i diversi cambi radicali di casacca ai fini di conservare l’esistente di cui si sono resi protagonisti parlamentari e politici italiani negli ultimi vent’anni. Molti dai natali a nord del Rubicone (come dimenticarsi il clamoroso voltafaccia della Lega Nord ai tempi del primo governo del Cavaliere), tanti, tantissimi, nati e cresciuti nella suola dello stivale, o giù di lì.

Si scorrano ad esempio i nomi dei componenti di Popolo e territorio, il gruppo parlamentare della Camera – comunemente noto come i Responsabili – che salvò per qualche mese il governo di centrodestra nella scorsa legislatura, falcidiato dall’abbandono della pattuglia di Futuro e libertà. Per tacer del siciliano Domenico Scilipoti – transitato nell’allora maggioranza (e oggi senatore del Pdl) dal gruppo parlamentare che più la contrastava – l’Idv di Antonio Di Pietro, si potrebbero citare l’avellinese Francesco Pionati, strappato alla Rai da Pierferdinando Casini, il palermitano Francesco Saverio Romano (che grazie al cambio di casacca assurse al ruolo di ministro dell’Agricoltura), Bruno Cesario, originario di Portici, e il napoletano Giampiero Catone, direttore de la Discussione, un fugace passaggio tra le fila finiane per poi tornare all’ovile tramite la pattuglia scilipotiana. Nel gruppo dei Responsabili anche Antonio Razzi, discusso senatore eletto all’estero nelle liste dipietriste ma abruzzese doc, la regione più “meridionalista” del Nord per ammissione dello stesso governatore azzurro, Giovanni Chiodi, che probabilmente ricordava il “si è sempre i meridionali di qualcuno” di Ugo Ojetti.

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