“Apriamo una trattativa con Renzi sulla legge elettorale, così massacriamo Alfano”

«Apriamo una trattativa con Renzi sulla legge elettorale, così massacriamo Alfano». Questo in sintesi il pensiero confidato alla war room di palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi, deciso a sfruttare la mano tesa del nuovo segretario del Pd. E, come il leader democratico, il Cavaliere non ha un modello di riferimento in testa, ma un obiettivo: tornare al bipolarismo, subito. Con un corollario: non rendere determinante il Nuovo centrodestra.

Una strada che, da qualunque lato la si osservi, presenta incognite.

Perché con il Mattarellum Forza Italia potrebbe avere il bisogno di coalizzarsi subito con le truppe dell’ex delfino, trattando però sulle candidature da una posizione di forza. In caso di doppio turno, al contrario, Berlusconi potrebbe tentare la cavalcata in solitaria, vedendosi poi comunque costretto a scendere a Canossa al ballottaggio qualora la percentuale ottenuta dal vicepremier fosse determinante.

C’è poi l’ipotesi di un sistema spagnolo, ma non convince fino in fondo: potrebbe determinare comunque un parlamento tripolare. Senza contare che le liste bloccate (anche se in collegi molto piccoli) potrebbero avere tracce d’incostituzionalità. Tra le pieghe delle considerazioni degli strateghi azzurri ci sono due dati di fatto.

Continua su Europa.

Annunci

“Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce”

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce». Ecce colombo, parafrasando Nanni Moretti. La questione che lacera le truppe di Angelino Alfano è tutta qui.

Tutta nelle parole del regista che inveì a piazza Navona: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Che poi è lo stesso timore che sta balenando in queste ore nella mente del segretario azzurro. Perché da palazzo Grazioli l’indicazione è chiara: «Fuori Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Roberto Formigoni, ma Angelino deve rimanere». Silvio Berlusconi è asserragliato con i suoi. Dovunque si trovi, sia ad Arcore che a Roma, è circondato ormai solo con il suo inner circle.

A nord incontra freneticamente i figli, i legali, i manager delle aziende. Nella Capitale è un continuo via vai di falchi. Perché l’obiettivo è uno: spaccare le colombe.

«Non possiamo permetterci di allontanare Alfano – ragionava ieri un uomo vicino al presidente – Silvio stesso vede ancora in lui il suo erede. Ma lui non può restare volendo dettare le condizioni». Così il lavorio per sgranare le truppe governiste è incessante, nonostante ancora una volta i megafoni (leggi Mariarosaria Rossi, parlino di costante «ricerca di unità»). E ha colto di sorpresa lo stesso Alfano, impegnato a tenere insieme quella cinquantina di parlamentari a lui fedeli.

Continua su Europa.


Silenzio, parla Silvio

Oggi, alle 17, il Pdl si ricompatta o esplode definitivamente. La sottile linea che separa le due opzioni sta tutta in un singolo discorso. Quello che Silvio Berlusconi terrà di fronte all’ufficio di presidenza del suo partito. Saranno due i punti che il Cavaliere toccherà nella sua prolusione: la “definizione delle linee politiche e programmatiche del partito” e le “decisioni sull’attività politica e adempimenti”. Entrambe potenzialmente gravide di conseguenze.

Già, perché il leader azzurro è deciso a riprendersi in mano il partito. Utilizzerà una linea apparentemente accomodante, ma potenzialmente esplosiva. Nel ribadire la completa fiducia al governo delle larghe intese («Sono stato io per primo a volerlo», ripete senza sosta ai suoi interlocutori), dovrebbe comunicare la svolta politica annunciata in pompa magna prima dell’estate e troppo a lungo rimandata: lo scioglimento del Pdl e la nascita della nuova Forza Italia, la cui bandiera campeggia già da settimane fuori dalla rinnovata sede di san Lorenzo in Lucina. Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe un osservatore occasionale. Ma andando appena più in profondità ci si accorge che la mossa arriva nel pieno dell’aspro confronto tra colombe e falchi del partito, con questi ultimi impegnati a richiedere senza sosta l’azzeramento di tutte le cariche interne.

Continua su Europa.


Che c’entra Berlusconi con Ballard?

L’incubo peggiore si sta materializzando. Tutti i tasselli, uno ad uno, con pazienza, stanno componendo quel mosaico che Silvio Berlusconi temeva più di tutti. «Se mi fanno decadere da senatore – ragionava in estate con il suo inner circle – la magistratura mi salterà al collo. Fra qualche mese arriva la sentenza Ruby, e poi c’è Napoli». Napoli, già. È dal capoluogo partenopeo che soffiano i venti più mefitici a sentire i colonnelli del Pdl.

Il timore, confessato a microfoni spenti, è sempre stato uno: «Silvio perde il seggio e le relative garanzie e zac! Un ordine di custodia cautelare non glielo leva nessuno». Il carcere, il sommarsi di anni e anni di condanna: il Cavaliere annusa l’aria, capisce che potrebbe essere travolto da una slavina giuridico-politica che ne potrebbe decretare, questa volta sì, la fine politica.

Ieri il primo passo: il leader azzurro è stato rinviato a giudizio per le accuse mossegli dal reo confesso Sergio De Gregorio, ex Idv passato nelle file dell’allora minoranza che osteggiava il governo di Romano Prodi, contribuendo a farlo cadere. Tre milioni tondi tondi sarebbero quelli scuciti dagli intermediari del Cav per “comprare” il voto dell’allora senatore. E nulla è valsa la strenua difesa di Valter Lavitola, che ha ammesso di aver consegnato consistenti somme di denaro a Sergio De Gregorio, spiegando, però soldi provenivano dal finanziamento al suo quotidiano, L’Avanti, dei quali entrambi erano soci, e che parte del denaro era stato in precedenza prestato da De Gregorio allo stesso Lavitola («Una partita di giro», per usare le sue parole).

Continua su Europa.


La storia delle colombe del Pdl

Raccontano una storia. Raccontano che quando Silvio Berlusconi, il giorno prima della formazione dell’attuale governo, andò a parlare con Enrico Letta, il Cavaliere fosse pronto a dare battaglia sulla lista dei ministri. Raccontano che quando si trovò a cospetto del premier incaricato, quest’ultimo esordì esprimendo la sua più totale condivisione rispetto alle scelte già compiute da parte del Pdl. «Alfano, Quagliariello, Lorenzin, De Girolamo, Lupi: una rosa eccellente». Al che, raccontano, Berlusconi dovette fare buon viso a cattivo gioco e, per non farsi cogliere impreparato, chiuse l’accordo nei termini già concordati a sua insaputa. Concludono il racconto spiegando che era stato il segretario azzurro a definire in quel modo la pattuglia azzurra nell’esecutivo, mettendo più o meno di fronte a fatto compiuto il Cavaliere.

Al di là di quanto sia attendibile o meno la storia, raccontata da due falchi del partito, è significativa per descrivere il Grande gioco in atto nel Pdl da alcuni mesi. Comunque sia andata, Berlusconi ha dato il via libera a cuor leggero ai suoi Fantastici Cinque. Perché, sin da subito, ha ritenuto le larghe intese un passaggio estremamente precario e provvisorio nella storia repubblicana. E, sin da subito, ha ritenuto i cinque sacrificabili in caso di traumatica crisi di governo.

Continua su Europa.


C’è un “caso Sicilia” nel Pdl?

Quattro più uno. Sono gli uomini che hanno fatto outing. Tutti del Sud, tutti usando lo stesso refrain: «Stia attento il Cavaliere a staccare la spina al governo di Enrico Letta, non è scontato che si vada al voto». Tolto Paolo Naccarato – senatore calabrese eletto con la Lega in quota Giulio Tremonti (quest’ultimo, riferiscono fonti informate, ha avuto più di un contatto con il premier nelle ultime ore) – tutti gli altri sono esponenti del Pdl accomunati da un comun denominatore: la Sicilia. Uno è un sottosegretario al ministero dell’Ambiente, già presidente dell’Unione delle Province, Giuseppe Castiglione. Gli altri sono tutti e tre senatori: Salvo Torrisi, Pippo Pagano e Francesco Scoma. Uomini di Castiglione i primi due, molto vicino a Renato Schifani il terzo.

In ambienti azzurri circolano due diverse chiavi di lettura. La prima parla di peones che, in vista di una possibile crisi di governo, provano ad alzare la voce per fissare un “prezzo” alla propria fedeltà. La seconda è quella che più preoccupa Arcore. E racconta di una mossa del capogruppo dei senatori pidiellini per orientare il dibattito interno al partito e frenare la china di un Cavaliere sempre più orientato ad andare ad elezioni. «Non garantisco sulla tenuta del gruppo a palazzo Madama», avrebbe detto l’ex presidente del senato al Cavaliere. «Guarda un po’: l’altro ieri Renato diceva una cosa del genere e oggi [ieri, n.d.r.] i suoi se ne escono con una lunga teoria di dichiarazioni, per di più suRepubblica», osserva maligno un colonnello berlusconiano.

Continua su Europa.


Il Pdl rinvia lo showdown all’autunno

È  la Cassazione a ridare fiato alle trombe dell’ala oltranzista del Pdl. Nessuno strascico formale alla conferma della sentenza di condanna ai danni di Silvio Berlusconi. È stata sufficiente l’intervista concessa dal presidente della sezione feriale della Suprema corte, Antonio Esposito, al Mattino di Napoli (poi in parte smentita), nella quale affermava: «Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere». Un’anticipazione delle motivazioni del giudizio che ha provocato l’incredulità del collegio difensivo del Cavaliere, Franco Coppi in testa, e un travaso di bile da parte dei falchi azzurri. A partire da Michaela Biancofiore, che ha minacciato un ricorso nientepopodimenoche alla Corte europea dei diritti dell’uomo, passando per Daniela Santanchè, che pensa di «dimettersi da deputata, perché provo un po’ di vergogna ad essere italiana», concludendo con l’Esercito di Silvio. Il leader delle brigate azzurre, Simone Furlan, ha annunciato una mobilitazione per un’amnistia nei confronti del proprio leader, che viene presentata come «l’unica strada per pacificare il paese».

Un fuoco di fila destinato a far sfogare l’ala più battagliera del partito, ma che, nella mente di Berlusconi, non dovrebbe avere conseguenze immediate. Il Cavaliere continua a professare calma e sangue freddo, non avendo nessuna convenienza a staccare la spina al governo di Enrico Letta, almeno in questa fase. I suoi parlamentari vagano accaldati nei corridoi dei Palazzi romani, e nei conciliaboli hanno già la testa proiettata alle vacanze. Lo stesso Renato Brunetta, solitamente tra i più battaglieri, vuole evitare che un inciampo parlamentare faccia precipitare la situazione prima della pausa estiva.

Continua su Europa.


L’ammuina del Pdl (fino alla sentenza della Cassazione)

«Se Berlusconi fosse condannato all’interdizione dai pubblici uffici, sarebbe molto difficile che un Pdl acefalo del suo leader possa proseguire l’esperienza del governo Letta». È Renato Schifani a mettere la palla in campo. Il calcio glielo dà il collega Lucio Malan: «È ovvio che se il Cavaliere venisse dichiarato ineleggibile con un voto determinante del Pd, che è l’altro pilastro della maggioranza, in quel caso faremmo cadere l’esecutivo». Il primo parla della sentenza della Cassazione sul processo Mediaset, attesa fra un paio di settimane, il secondo della questione dell’ineleggibilità arrivata ieri alla giunta per le autorizzazioni.

Due partite diverse che si disputano sullo stesso terreno di gioco. La questione è sempre la stessa: il futuro di palazzo Chigi è indissolubilmente legato al destino di un cavaliere, anzi, del Cavaliere. Anche perché nel frattempo un’ala del Pd è in subbuglio. «Il rispetto della legge non può essere subordinato ad una valutazione politica», spiega la senatrice dem Stefania Pezzopane. Come a dire: se il governo cadesse a prezzo di una pietra tombale sulla vita politica di Berlusconi tanto meglio. Al punto che per tutta la giornata si sono susseguite le voci di un fitto lavorio da parte dei senatori di largo del Nazareno nei confronti dei colleghi del Movimento 5 Stelle: «Se Berlusconi fa il pazzo e stacca la spina – il concetto portato avanti – dobbiamo salvare il paese dalle ripercussioni che potrebbe avere un ritorno alle urne, ne sarete responsabili».

Continua su Europa.


La partita dei sottosegretari: facciamo qualche nome

Fatto il governo, trovato l’inganno. Che tale proprio no è, ma di una mezza riverniciatura dell’affresco dipinto dalle sapienti pennellate di Enrico Letta sicuramente si tratta. Il premier è infatti impegnato a sbrogliare la matassa di viceministri e sottosegretari che andranno a comporre la sua squadra (stasera è convocato un Consiglio dei Ministri che dovrebbe definire proprio la squadra). E che daranno la cifra completa di quanto e come Pd e Pdl puntino su questo strano esecutivo.

Il presidente del Consiglio vorrebbe fermarsi a quota quaranta. Le legge fissa in 63 il numero massimo di componenti dell’esecutivo e Letta non vorrebbe in nessun modo derogarla. Così con 21 ministri, il già designato Filippo Patroni Griffi quale sottosegretario alla presidenza del Consiglio e lo stesso premier a dirigere l’orchestra, il mosaico dovrebbe essere composto proprio da quaranta tasselli. A ricomporli per dare vita al quadro generale sono Dario Franceschini, per i Democratici, e Denis Verdini per gli azzurri. Impazza il totonomi, e sono tante le soluzioni possibili. Ma alcune figure circolano più delle altre nel borsino di coloro che sono destinati ad un posto al sole sui banchi del governo. Silvio Berlusconi ha deciso di non “degradare” alcun ex-ministro. Così per Mariastella Gelmini, Maurizio Sacconi e Giancarlo Galan (tra gli altri) si punta ad una presidenza di Commissione. Ad affiancare le colombe azzurre che hanno spuntato la guida di un dicastero dovrebbero essere in questo modo una serie di fedelissimi. Anzi, di fedelissime. Con Daniela Santanché e Mara Carfagna impegnate a conquistarsi la successione a Maurizio Lupi come vicepresidente della Camera, a giocarsi la partita sono Jole Santelli, che dovrebbe rientrare alla Giustizia, Michaela Biancofiore, in pole per la Farnesina, l’alemanniana Barbara Saltamartini (Welfare?) e le giovanissime Gabriella Giammanco e Annagrazia Calabria, quest’ultima leader dei baby azzurri. Salgono anche le quotazioni di Renata Polverini: per l’ex presidente del Lazio potrebbe esserci pronta una poltrona da viceministro agli Affari regionali.

Continua su Europa.


Che vuole fare il Cav di questo governo?

Dialogante con moto. Il concerto diretto dal maestro Silvio Berlusconi ha accompagnato il fluire di una plumbea giornata di fine aprile. Dopo la ressa in occasione del discorso di insediamento di Giorgio Napolitano, il parlamento si è svuotato. La partita si gioca da un’altra parte. I pochi peones che si incrociano in Transatlantico hanno il volto scuro: «Il presidente della Repubblica ha detto in tempi non sospetti che aveva nominato i dieci saggi perché nel semestre bianco non poteva sciogliere le camere. Invece ha forzato la mano e ci sta portando verso questo governo, un’altra sciagura dopo quello di Mario Monti».

Davanti le telecamere i volti sono sorridenti, ma quando si spegne il led della diretta il sorriso si fa tirato, fino a spegnersi del tutto. «Il Cavaliere si annoia troppo a casa, così adesso si diverte a fare lo statista». È con una battuta che uno dei consoli del partito riassume la situazione, divisa tra il signore di Arcore che gongola per aver imbrigliato il Pd e i suoi che mordono il freno guardando alle urne. «Anche Massimo Giannini gli ha riconosciuto che sulle larghe intese è sempre stato coerente. In effetti non poteva fare altrimenti», commenta un azzurro.

Continua su Europa.