La Pmi battagliera si è stufata di Confindustria

Dici Agnelli e pensi alla Fiat. Ma un marchio omonimo dà lustro all’Italia in un’altra filiera produttiva d’eccellenza, quella dell’alluminio. Le pentole delle Agnelli Industries sono state innalzate agli onori della cronaca durante la seguitissima trasmissione di Sky Master Chef, ma il gruppo, che si articola in nove differenti realtà, è da anni tra i più stimati nel settore a livello europeo. La politica si è accorta di Paolo Agnelli solamente il 5 dicembre scorso, quando è diventato presidente dell’allora neonata Confimi Impresa (Confederazione dell’industria manifatturiera italiana), confederazione che riunisce oltre 20mila piccole e medie imprese del settore manifatturiero (330mila gli addetti, oltre 70 i miliardi di fatturato annuo) che hanno preso le distanze da Confapi, storica associazione che raggruppa le aziende della Pmi italiana. “Troppo spesso nel panorama associativo del nostro paese si ritrovano formule di aggregazione assolutamente eterogenee – hanno spiegato da Confimi – e tutti vogliono rappresentare tutti”, mettendo insieme “interessi fra loro inconciliabili”. Così chi si occupa di manifattura in Italia ha deciso di fare da sé. E, in vista delle elezioni a fine febbraio, ha proposto un “Manifesto” che è un vero e proprio programma di politica economica per il governo che verrà.

Agnelli ha le idee chiare su quel che bisogna fare e quel che non è stato fatto: “Il problema più importante nel nostro paese è l’eccessiva tassazione sul lavoro”, che non è stata risolta dalla riforma di Elsa Fornero. Ma più che sul versante dei licenziamenti, sui quali è infuriata negli scorsi mesi la polemica politica, il presidente di Confimi pone l’attenzione sulla necessità di una maggiore flessibilità in entrata. “L’iper-protezione del dipendente che viene assunto, unito ad un’eccessiva presenza dello stato sotto forma di tasse e burocrazia, disincentiverà sempre di più le piccole e medie imprese a creare nuovi posti di lavoro”. Il risultato è che chi prima si arrangiava tra un contratto di co.co.co. e l’altro, “oggi rimane direttamente a casa”.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /8

Spiace dirlo, ma per una volta Silvio Berlusconi non s’è inventato niente. Forse non lo sapeva, ma quando il Cavaliere ha utilizzato il termine “resettare” riferendosi alla dirigenza del Pdl, stava ripetendo quel che alcuni dei suoi vanno dicendo da un po’ di mesi. #resetPdl nasce su Twitter come hashtag, per poi appropriarsi anche di unaccount. Uno slogan coniato dai giovani pidiellini siciliani all’indomani della catastrofica gestione delle amministrative di primavera. Che ebbe tra le conseguenze l’umiliazione del partito a Palermo (ridotto all’8%) e l’esclusione del candidato azzurro dal ballottaggio. Un’umiliazione alla quale i dirigenti della Giovane Italia risposero con l’occupazione simbolica della sede regionale del partito. “La nostra è stata una provocazione per lanciare una serie di idee nuove”, spiega Mauro La Mantia, leader locale dei giovani azzurri. Prima fra tutte quella delle primarie, “per evitare di continuare a sottostare a scelte verticistiche”. “Il nostro reset non mirava a distruggere qual che c’era – racconta Carolina Varchi – ma a contestare lealmente l’operato del partito”. Ma la dirigenza continua a dare segnali deludenti.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /7

“Abbiamo un ottimo rapporto con Gianni Alemanno, ma il dialogo più intenso sta avvenendo con Magdi Allam e con il suo movimento Io amo l’Italia“. Pensa in grande Simone Furlan, imprenditore veneto che in aprile ha fondato Forza Insieme. E coltiva un’ambizione precisa: candidare le proprie liste alle prossime elezioni politiche. Furlan si muove da anni nell’ambito del centrodestra. Nell’aprile scorso, di fronte all’immobilismo della dirigenza del Pdl e colpito dal suicidio di due imprenditori vicentini oberati dalle troppe tasse, ha deciso di rimboccarsi le maniche e fare in proprio. Insieme a Salvatore Frattallone, avvocato penalista di Padova, hanno pensato ad un simbolo e incominciato ad organizzarsi sul territorio. Hanno avuto molti contatti con l’ex senatore Paolo Danieli, uno degli spin doctor della fortunata Lista Tosi che è stata investita da un clamoroso successo alle ultime amministrative, con il quale è iniziata una fitta collaborazione. E hanno coinvolto nel progetto Paolo Trovò, ex membro della giunta di Confindustria ai tempi di Montezemolo, e la Federazione Artigiani Pensionati Italiani, che con le sue decine di migliaia di iscritti si pone come uno dei cardini del progetto. Che è quello di federare un’ampia lista di movimenti civici sotto il nome di Noi no.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /5

L’iniziativa prende spunto dai modesti risultati ottenuti dal Popolo della libertà alle ultime elezioni amministrative. Una sconfitta che “non si può minimizzare, una débacle pesante”, osserva Marco Marsilio, deputato pidiellino tra i coordinatori del movimento. Un gruppo che ha scelto un nome che più chiaro non si può: Ripartire da zero. “Una piattaforma creata da una serie di esponenti politici, ma anche da tanti cittadini normali e da associazioni come Fareverde e Modavi“, spiega l’azzurra Chiara Colosimo, ventiseienne consigliere regionale del Lazio. Politici che provengono principalmente (se non esclusivamente) dalle fila della fu An. Oltre a Marsilio e Colosimo, tra i fondatori di Ripartire da zero anche Giorgia Meloni, l’onorevole Fabio Rampelli, Francesco Acquaroli, consigliere regionale marchigiano e Francesco Torselli, consigliere comunale di Firenze. Dopo lo schianto elettorale dello scorso maggio, hanno lanciato un’iniziativa che punta a raccogliere il malcontento degli elettori azzurri: “Ci siamo resi conto che la gran parte dei nostri elettori non ha preferito altri: non si è proprio recato alle urne – spiega Marsilio – Vogliamo riconquistare quell’astensione critica”. Lo strumento per farlo è lo “Zerocedario”, una sorta di vademecum open source che raccoglie tutto ciò che animatori e simpatizzanti ritengono costituisca una zavorra per il centrodestra e per il paese. Il movimento è partito dal web (oltre il sito, ha un accountTwitter e una pagina su Facebook), “ma la nostra ambizione è quella di unire la piattaforma telematica con le assemblee di piazza”, osserva Colosimo.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /4

In un videomessaggio di incoraggiamento, Phillip Blond, teorico della Big Society di David Cameron, li definisce un “think tank”. Il loro portavoce, Michele Pezzoni, preferisce descrivere Noi per l’Italia come “un’associazione di associazioni”. Un ritratto, quest’ultimo, forse più aderente alla realtà. Tra i fondatori una serie di sigle di giovani che si interessano alla politica. Tra i numerosi movimenti che si stanno iniziando a muovere nell’alveo del centrodestra, Noi per l’Italia è sicuramente quello più eterogeneo. La startup del progetto ha visto coinvolti due ex membri dello staff di Maurizio Sacconi, Lorenzo Malagola con Nuova Generazione e Simone Bressan con il blog Right Nation, Gianpio Gravina, tra i leader dei Giovani del buongoverno di Marcello Dell’Utri, l’europarlamentare ex An Carlo Fidanza con Generazione oltre. Ai quali vanno aggiunti il consigliere provinciale azzurro di Milano Nicolò Madregan, e il coordinatore meneghino dell’Udc Alessandro Sancino. Un considerevole numero di sigle alle quali, a differenza dei Formattatori, poco importa la ristrutturazione della dirigenza del Pdl. Anzi, alla domanda se si definiscono di centrodestra, Pezzoni risponde “nì”. “È vero che alcuni politici sono coinvolti nel progetto – argomenta il portavoce – ma la maggior parte degli aderenti non ha incarichi nell’amministrazione pubblica o nei partiti”. Del resto, è proprio Blond a incoraggiarli su questa strada: “Occorre un nuovo e autentico patto, che sia fondato sulla società civile”. Tanto che a Noi per l’Italia non dispiace affatto la battaglia che Matteo Renzi sta conducendo nel Pd: “Ci sentiamo vicini alle posizioni del sindaco di Firenze – spiega Pezzoni – perché siamo disponibili a parlare con tutti gli interlocutori che ci vorranno ascoltare”. Ma la battaglia dell’associazione è condotta sui contenuti, più che sui contenitori.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /3

“Siamo all’anno zero della politica italiana”. Suona apodittico l’esordio del manifesto di Zero positivo, ma va letto alla luce della chiosa: “’C’è bisogno che questo “zero” sia uno “zero positivo”, non un fallimento ma una nuova partenza”. Per ora “è solo un gruppo di persone, ma presto ci costituiremo in associazione”, spiega Piercamillo Falasca, vicepresidente di Libertiamo – think tank liberista di Benedetto Della Vedova – tra i principali animatori dell’iniziativa. Un gruppo che raccoglie under35 provenienti da diverse esperienze. La parte del leone la fanno i moltissimi delusi dal Terzo Polo, che avevano sperato nello strappo di Gianfranco Fini e nel suo avvicinamento a Pier Ferdinando Casini come una possibilità di rilanciare un centrodestra di nuovo conio, che prescindesse dalla figura di Silvio Berlusconi.  “Invece ha replicato un’organizzazione politica come quelle vetuste del Novecento”, si rammarica Lorenzo Castellani, che pure di Futuro e Libertà risulta ancora essere tra i responsabili nazionali dell’università. “Quel che stanno facendo ricalca le dinamiche dei vecchi partiti – continua Castellani – Non si sono voluti innovare: come possiamo stare insieme a gente che mette ancora in prima fila ai congressi Lorenzo Cesa e Ciriaco De Mita?”. Molto meglio seguire la novità di questi mesi: “Ci siamo seduti al tavolo con Italia Futura e Fermare il declino – racconta Falasca – perché serve una nuova offerta politica che superi quella dei partiti”.  Sono partiti  il 9 giugno, quando si sono riuniti per la prima volta. Un BarCamp all’anglosassone, durante il quale tutti i partecipanti hanno avuto cinque minuti per intervenire.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /2

Nel corso degli ultimi mesi hanno incassato molte critiche, dagli avversari politici come dall’interno del partito. Ma il merito dei “formattatori” è stato quello di aver lanciato una nuova stagione movimentista nell’ambito del centrodestra. “Perché un movimento? Perché nel partito non c’è nessuno strumento per portare avanti un dialogo”, spiega Andrea Di Sorte, che ha coniato il nome. Formattiamo il Pdl è partito da Twitter. Prima con un hashtag il 9 gennaio scorso, poi con un account. Perfino a precedere la testata del sito hanno inserito un cancelletto, che contraddistingue le parole chiave di Twitter. Tanto giovani da aver snobbato l’attempato Facebook, dove hanno raggranellato poco più di 200 simpatizzanti. Ma oltre che sul web, i formattatori hanno provato a muoversi prima dell’estate anche sul territorio. “Non si può fare politica solo su Twitter”, osserva Di Sorte. Così  sono riuniti il 25 maggio a Pavia (lo slogan del convegno? “Chi non tweetta non entra”, ovviamente). Il capoluogo è amministrato dal leader del movimento, Alessandro Cattaneo, il paradigma degli animatori del movimento. Eletto nel 2009 quando aveva solo 29 anni, fa parte di quella generazione di amministratori locali troppo giovane per aver vissuto in prima persona il tentativo di rivoluzione liberale sognato nel ’94, ma che accusano i vertici azzurri di non aver saputo dare un’adeguata risposta alla crisi del quarto governo di Silvio Berlusconi. A Pavia ha accolto Angelino Alfano di fronte ad un’assemblea che ha tributato all’ex Guardasigilliun’ovazione. I formattatori mirano a rivoluzionare il partito a partire da un cambiamento della selezione della classe dirigente, prima che dai contenuti. Ma preservando il ruolo di Silvio Berlusconi e del suo segretario politico. Un appiattimento sul vertice che gli ha attirato numerose critiche.

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Un Renzi di centrodestra è possibile? /1

Ho fatto una piccola inchiesta per il Foglio, andando a spulciare tra i movimenti che si muovono nella pancia del centrodestra, per capire se un Matteo Renzi sia possibile anche al di qua della barricata.
Si comincia con il Tea Party:

Battono le piazze di tutta Italia. Innalzano un palchetto, invitano qualche ospite, chiedono alle gente che accorre di dire la sua. Molte voci, un solo credo: basta tasse. Dopo essere diventato un fenomeno di massa negli Stati Uniti – Paul Ryan, il candidato alla vicepresidenza di Mitt Romney ne è un deciso simpatizzante – il Tea Party è arrivato anche in Italia. “E’ successo due anni fa, quando dell’eccessiva pressione fiscale non parlava nessuno, erano tutti concentrati sulle Olgettine e sulla casa di Montecarlo”, racconta Saba Zecchi, tra i fondatori del movimento. In piena era berlusconiana, dunque, perché i ragazzi che animano la costola italiana del movimento portano avanti un’idea cara a molti tra conservatori e liberali, ma non guardano in faccia a nessuno. “Ci interessa esercitare una pressione esterna nei confronti di tutti i partiti – spiega Zecchi – chiunque abbia una buona idea in merito, lo appoggiamo”. Il primo appuntamento fu a Prato. Cento persone accorsero per ascoltare Andrea Mancia e Marco Respinti, che aprirono la strada ad una serie di ospiti illustri che hanno animato i BarCamp teapartisti: da Oscar Giannino ad Antonio Martino, da Alberto Mingardi a Fabrizio Rondolino.

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Del perché Renzi non ha fatto la fine di Alfano

Il Foglio ha sottoposto ad alcuni blogger la seguente questione:

La candidatura di Matteo Renzi alle primarie del Pd ha spostato parte del dibattito politico sul sindaco di Firenze. Può rappresentare qualcosa di nuovo nel panorama italiano? Che piaccia a destra è soltanto un luogo comune o davvero le sue idee sono in grado di colpire e convincere un’elettore moderato di centrodestra? O c’è qualcosa di più? Perché, come si dice, un elettore di centrodestra potrebbe andare a votare per lui alle primarie e – eventualmente – pensare di votarlo anche alle politiche?

Ecco come ho risposto:

Nel Pd esiste Matteo Renzi perché esistono le primarie. La questione, che molti osservatori tendono a ribaltare, va posta in questi termini. Le consultazioni dei simpatizzanti Democratici hanno seguito spesso regolamenti goffi e arzigogolati, hanno prestato il fianco ad impicci e imbrogli come a Napoli, in molti casi si sono rivelate un boomerang per il Pd, come insegna – ultimo fra tanti – il caso di Genova. Ma uno come Renzi ha potuto risalire il vischioso organigramma del partito solamente perché a Firenze si sono tenute le primarie. Senza una consultazione della base non sarebbe mai diventato primo cittadino del capoluogo toscano, e non si sarebbe mai trovato a sfidare il segretario per la premiership. È un’analisi semplicistica, che non tiene conto della necessità di molta parte dei Democratici di rinnovarsi, di un momento politico nel quale tutto ciò che si presenta come novità ha facilità di penetrazione nell’opinione pubblica e del fiuto politico del personaggio. Ma quando si parla della necessità di rinnovare i metodi di selezione della classe dirigente, non si fa altro che riferirsi a meccanismi semplici, come quello delle primarie. Sulle quali il Partito democratico, pur tra tentennamenti e fatiche, ha deciso di scommettere, ritrovandosi ad attraversare periodi di vivace discussione e dibattito interno, come quello che sta vivendo oggi. Che poi sia fecondo, sarà responsabilità della classe dirigente.

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Ma quale Cav, al Pdl serve dotarsi di un’identità

Il Foglio ha posto due domande ad alcuni blogger: di cosa ha bisogno una nuova destra per rinascere? E Berlusconi in che modo potrebbe dare un (nuovo) contributo per questa nuova destra?
Ecco cosa ha risposto Tutte cose:

“L’arte del governo non si riduce alla sola competenza” è l’esordio del paper del Centre for Policy Studies. Anche se così fosse, la pagella dell’esperienza a Palazzo Chigi del centrodestra degli ultimi vent’anni faticherebbe a raggiungere la sufficienza. Sono necessarie “politiche efficaci”, prosegue il think tank, ma soprattutto un’ideologia che catalizzi il consenso elettorale “facendo leva sui principi morali e sui valori intellettuali”. Un’issue che sembrava essere stata colta agli albori dell’esperienza di Forza Italia. La “rivoluzione liberale”, slogan che nel tempo si è logorato e svuotato di contenuto, andava in questa direzione. Un filo conduttore politico e culturale da srotolare per costruire l’architettura sulla quale disegnare il paese. Ma anche un’idea dalla quale sviluppare una narrazione pubblica che dotasse di senso una serie di misure e provvedimenti spesso di difficile comprensione per l’elettore. Un combinato disposto che portò anche “la casalinga di Voghera” a sentirsi parte di una collettiva spinta al cambiamento.

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