Capitan America è un tipo che rende semplice ciò che non lo è

Immaginatevi un eroe. Un paladino degli ideali della libertà e della democrazia. Severo argine al dilagare della barbarie in un mondo in confusione, che ha perso la bussola dell’orientamento stantio ma sobrio, lento ma pacato, rigido ma giusto dei propri padri e dei propri nonni. Un guerriero pronto a girare per il mondo a stanare chiunque si opponga a questa visione solidamente certa dell’umana convivenza.

Ora immaginate un’altra storia. Anche questa parla di un eroe. Diverso da quello che vi siete appena immaginati. Un eroe che non se ne va in giro svolazzando per il mondo sopra il veloce, idilliaco confondersi di nuvole rosate e mare azzurro. Un eroe di città, pronto a fare da scudo contro le ingiustizie, a punire i corrotti e redimere i troppi giusti caduti in disgrazia, a indirizzare sulla retta via chi è pronto a cadere per un po’ di fama o qualche manciata di banconote. Un eroe che sia allo stesso tempo un uomo e tutti gli uomini, coscienza di un Paese la cui bussola sembra aver smarrito il proprio polo magnetico.

Chiudete gli occhi raccogliete le idee. Quelle alle quali abbiamo accennato sono due storie diverse, prefiguranti un proprio universo narrativo, una propria peculiarità degna di essere raccontata e ascoltata. Due storie che sono parte della stessa storia, la storia recente di un popolo, di un’idea del mondo e della gente che lo popola, di un fattore determinato e determinante dell’umanità in quel periodo che un tipo tutt’altro che miope ha definito il secolo breve.

È la storia di Capitan America, un mito pop così intriso di eccezionalismo d’oltreatlantico da risultare tutto sommato distante, se non indigesto, in un vecchio continente bisognoso di problematicità da risolvere. E più in generale nella contemporaneità narrativa così bisognosa di antieroi, di leggende che abbandonassero il didascalismo maccartista del mondo bipolare, nelle quali potersi riconoscere e specchiare.

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Harry posa la bacchetta e il mondo diventa improvvisamente adulto

Mentre la cartellonistica pubblicitaria pompa enfatica sulla saga del decennio che giunge al termine anche sul grande schermo, la mamma dice che il monello potrebbe tornare a fare danni, o, meglio, a ripararli, in giro. Joanne Rowling, J.K. per gli amici, ha riacceso le speranze per i milioni di fans che hanno pianto lacrime amare, e siamo fuor di metafora, nel dover leggere le ultime righe di una delle saghe che più hanno saputo intercettare tra il favore del pubblico di ogni età. Un fenomeno che rischia di ripetersi: la seconda parte de I doni della morte, uscita da qualche giorno al cinema, è l’ultimo dei film ispirati alle avventure del mago più celebre del nuovo millennio.

Harry Potter, dopo 143 minuti cosparsi di phatos e di tensione, poserà per sempre la bacchetta magica anche sul grande schermo. Proprio come annunciano i giganteschi manifesti con i quali ha invaso le città di mezzo mondo. A meno che la Rowling non ci ripensi: «È il mio bambino, e se voglio tornare a farlo giocare là fuori, lo farò», ha ammiccato sorniona al pubblico in delirio per la premiere di Trafalgar Square, un evento nell’evento, durante il quale anche la bella Hermione, alias Emma Watson, non è riuscita a trattenere un pianto straziante.

Nulla di serio, per ora, visto che l’autrice ha anche aggiunto di non avere piani immediati per far tornare in azione Harry, ma comunque un piccolo barlume di speranza per gli irriducibili ha di che alimentarsi per un po’ E dire che l’abbandono, nel caso della trasposizione cinematografica, era stato più dolce. Sono stati ben otto le pellicole che si sono alternate negli anni, a fronte di “soli” sette romanzi. L’ultimo capitolo della saga è stato scisso in due. Principalmente per questioni di botteghino, anche se David Heyman, tra i responsabili della produzione, ha fatto appello alle esigenze creative: «Impossibile condensare in un unico film tutti gli avvenimenti dell’ultimo volume – ha spiegato Hayman – servivano due pellicole per tenere fede alla storia».

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Cineserie e cafonaggini varie

Un weekend interlocutorio per le sale italiane. Dopo la sbornia di Transformers 3 e in attesa di Harry Potter che si avvia, a quattordici anni dalla comparsa in libreria del primo volume, alla sua conclusione anche sul grande schermo, chi volesse rifugiarsi nella frescura della sala come rimedio al grande caldo o per ostinata e inesauribile passione dovrà accontentarsi di pellicole il cui appeal, almeno a dar retta alla loro esposizione pubblicitaria, non è una freccia da poter scagliare per attirare frotte di fans adoranti in sala. Il ventaglio segreto è senza dubbio la pellicola che condensa le maggiori aspettative.

Il film firmato da Wayne Wang, autore nato ad Hong Kong ma ormai da qualche decennio adottato da Hollywood, si ispira a Fiore di neve e il ventaglio segreto, best-seller internazionale di Lisa See, giornalista del Washington Post e di Cosmopolitan. Non un libro per tutti i gusti, ma chi l’ha letto ne è rimasto folgorato. Sul celebre portale Internet Bookshop, il pubblico che vi si è approcciato gli ha attribuito il ragguardevole punteggio di 4,56 su 5.

La storia si snoda lungo la Cina del XIX secolo, seguendo lo stesso percorso a ritroso della sua autrice, sovente di casa nel Paese della Grande Muraglia alla ricerca delle proprie origini familiari. Una Cina in cui le donne sono costrette a bendarsi mani e piedi, vengono inibite a comunicare, con il mondo maschile ma anche fra di loro. Sviluppano così il nu shu, un codice linguistico che sfrutta le decorazioni dei ventagli, i ricami sui fazzoletti, le incisioni sul legno per comunicare fra di loro, raccontandosi storie fantastiche e piccole cose quotidiane.

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La figlia di Mazinga

Hitler va di moda nel carrozzone del cinema. È un abito che in tanti pensano di poter indossare con disinvoltura, salvo poi rivelarsi immancabilmente unfit per potersi riempire la bocca con sciocchezze a sfondo storico così dense e impegnative.

È successo di recente all’eclettico regista danese Lars von Trier. Presentando non più di due mesi fa a Cannes il suo ultimo Melancholia, si lasciò andare all’ennesima provocazione di una carriera costruita anche sulla battuta ad effetto: «Capisco Hitler, mi fa un po’ di simpatia». E non ci fu verso di precisare, puntualizzare e contestualizzare. I criticoni che gli avevano fatto passare lisce zozzerie come Idioti o Antichrist hanno chiesto, e ottenuto, la sua testa, cacciandolo (sic!) in tutta fretta dalla Croisette.

Ora vi starete chiedendo che ci azzecca il blockbuster dell’estate (che Harry Potter ci perdoni)  con uno dei leader più sanguinari della storia contemporanea.
Il trait d’union ha il viso angelico e le forme mozzafiato di Megan Fox. La modella considerata la donna più sexy del mondo, che deve la propria fama mondiale ai primi due capitoli della saga di Transformers – oltre che alla benevolenza di madre natura – ha rilasciato alla fine del 2009 una divertita intervista al magazine britannico Wonderland. Nella quale, oltre a mostrare generosamente centimetri quadrati del proprio corpo sugli scatti a corredo, sosteneva che  «è un incubo lavorare con lui, ma al di fuori dal set la sua personalità mi diverte in qualche modo perché è irrimediabilmente goffo. Non ha alcuna capacità di relazioni sociali e osservarlo fa tenerezza». Il soggetto della frase era Michael Bay, il quale, incidentalmente, è proprio il regista della trilogia, del quale sintetizzava la personalità con un sobrio: «Sul set vuole essere come Hitler e ci riesce». Mentre il 99,9% dei lettori della rivista non si era nemmeno accorto che a far da contorno alle immagini ci fossero parole di senso compiuto, la cosa non sfuggì al produttore del film, un tale Steven Spielberg, uno che, a parte per pellicole come Schindler’s list e Munich, verrà ricordato dai posteri per aver fondato la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, fondazione che ha lo scopo di raccogliere e catalogare l’immenso materiale memorialistico prodotto spontaneamente dai sopravvissuti dell’olocausto.

Spielberg alzò la cornetta, chiamò Bay, che già di suo non doveva aver preso benissimo la cosa, e gli disse di silurare in tronco il bel faccino di Megan. La quale provò inizialmente a schernirsi davanti ai propri fans delusi dicendo di volersi dedicare a nuove sfide professionali, salvo poi essere smentita dallo stesso Bay, che ha svelato qualche mese fa tutta la storia in un intervista al tabloid Daily Mail, per poi minimizzare alla presentazione del film con parole al miele: «Era necessario ravvivare l’interesse amoroso del protagonista, solo per questo abbiamo dovuto cambiare».

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“La versione di Hereafter”

Su Liberal di oggi.

Tutto secondo le previsioni. O quasi. Al Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha annunciato ieri, durante una cerimonia conclusasi intorno alle tre pomeridiane, ora italiana, chi si giocherà le statuette nel corso della prossima notte degli Oscar, prevista esattamente fra un giorno e un mese. Tom Sherak e la Mo’Nique, a sorpresa vincitrice l’anno scorso grazie a Precious, pellicola di Lee Daniels, hanno determinato i vincitori e gli sconfitti di quest’anno.
Già, perché vincere la statuetta è importante, dà lustro, ti fa iscrivere in un albo d’oro che sarà consultato negli anni a venire, ti permette una seconda, spesso fugace, uscita nelle sale. Ma è la candidatura il vero volano pubblicitario per la macchina industriale di un film, e per il cachet di un attore, ritenuti tra i cinque migliori dell’anno cinematografico.
Fa eccezione la categoria Miglior film. È la pellicola dell’anno quella ad attendere con vera ansia la notte delle stelle, soprattutto dopo la rivisitazione delle regole che ha portato a dieci il numero di candidature possibili. C’è spazio un po’ per tutti, dai grandi nomi come quelli di Nolan per Inception e Danny Boyle per 127 ore, gli eclettici fratelli Coen dell’attesissimo Il grinta (remake dell’unico western che portò John Wayne ad abbracciare lo “zio Oscar”), il controverso Darren Aronofsky, il cui Cigno nero, Black Swan, è atteso a breve anche nelle sale italiane. C’è anche Fincher, presenza prevista, dato che buona parte della critica ha considerato il suo The Social Netwok il miglior film dell’anno almeno sotto il punto di vista della qualità registica. E probabilmente ci saremmo fermati qui (o forse no, chi lo sa), seguendo le regole che prevedevano soli cinque film in lizza. Invece c’è spazio anche per I ragazzi stanno bene, commedia accolta da pareri non unanimi all’ultimo Festival di Roma, The Fighter, segno tangibile che la narrazione noir quando sposa il pugilato è sempre vitale, e il drammatico Winter’s Bone. A sorpresa, ma neppure troppo, entra in lizza anche Toy Story 3, dando una concreta possibilità ad una pellicola d’animazione di aggiudicarsi – e sarebbe una notizia – il premio più ambito.
E siamo a nove. Il decimo è Il discorso del Re, storia un po’ tenera e un po’ drammatica di Giorgio VI d’Inghilterra, re per caso dopo l’abdicazione del fratello, Edoardo VIII, alle prese con la timidezza e una devastante forma di balbuzie. Il semi-sconosciuto Tom Hooper è la vera rivelazione delle nomination. A sorpresa ha condotto con maestria il suo film a conquistarsi ben dodici statuette, due più dell’acclamatissimo Il Grinta, ben quattro al di sopra di The Social Network e Inception. Non solo. Hooper ha anche scalzato il ben più quotato Nolan tra i migliori registi dell’anno. Non si trova Inception tra le pellicole che hanno potuto sfruttare tra le migliori mani dietro la macchina da presa. Fatto che ha portato a storcere il naso a molti, che per inventiva e gestione scenica del complicatissimo intreccio della sceneggiatura ritengono il film con Di Caprio tra le cose migliori viste quest’anno. Assente anche Danny Boyle, che pur ripetendosi non è riuscito a confermare l’exploit di The Millionaire: al suo posto David Russel con The Fighter. A completare la cinquina dei migliori registi i Coen, il Fincher di Facebook, e Aronofsky.
Grecia, Danimarca, Canada, Algeria e Messico si contenderanno il titolo di Miglior film straniero. Quest’ultimo sfodera un nome di copertina, quell’Inarritu autore di Babel e di 21 Grammi. Il suo film, Biutiful, trainato da Javier Bardem, candidato come miglior attore, parte in pole position, davanti a In un mondo migliore, stucchevole romanzo di formazione della pur brava Susanne Bier, In un mondo migliore. Oltre a Bardem, anche Jeff Bridges, James Franco, Colin Firth e Jesse Eisenberg tra i migliori attori. Ennesima candidatura tra le donne per Nicole Kidman, per Rabbit Hole. La affiancheranno Natalie Portman, che i rumors danno come favorita, Annette Bening, Michelle Williams e Jennifer Laurence.
Clamoroso il tonfo di Hereafter e de La versione di Barney, osannato riadattamento cinematografico del romanzo di Mordecai Richler. Clint Eastwood, a lungo mattatore del tappeto rosso dell’Academy, probabilmente il 27 febbraio rimarrà a casa, o si presenterà unicamente per questioni di bon ton. Il suo film torna a casa con un’irrisoria nomination per gli effetti speciali. A mani vuote anche Paul Giamatti, che in molti già vedevano con pelata e papillon a ritirare il suo meritato premio, e il suo La versione di Barney. Anche in questo caso scorrere la lista e trovarlo citato unicamente nella categoria “Miglior trucco” sembra più un sadico scherzo di veti incrociati posti dai grandi studios che non un giudizio di merito sulla sua formidabile prova attoriale.
Eastwood e Giamatti saranno due scomodi convitati di pietra, in una kermesse che sembra rimanere schiava di un metodo di selezione quantomeno bizzarro. E che ha decretato già Il discorso del Re come vero vincitore dell’anno. Comunque vada.


Che cos’è il caso parentopoli che coinvolge Alemanno

Il mio pezzo per Liberal, ripreso dalla rassegna stampa del comune di Roma.

«Abbiamo verificato il protocollo sul codice etico per le assunzioni firmato nel 2006 dalla giunta Veltroni. Si tratta di un protocollo insufficiente, da aggiornare e da rendere attuale rispetto alle nuove norme approvate dal ministro Brunetta. Per questo è necessario preparare e firmare anche con i sindacati un nuovo protocollo che preveda l’ introduzione a tutti i livelli di concorsi pubblici». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno si è provato a difendere dallo scandalo parentopoli che rischia di travolgere il Campidoglio. Una difesa d’ufficio, che prova a scaricare in maniera legalistica le colpe sulla giunta che lo ha preceduto. Certo, il codice etico varato dall’ex segretario del Partito Democratico potrà anche essere insufficiente per arginare la malversazione che sembra imperare nell’entourage del primo cittadino della capitale, ma non può bastare a giustificare quello che sembra essere un vero e proprio vizietto dei vertici dell’amministrazione che governa sui sette colli. Sarebbero infatti quasi duemila gli impiegati assunti da aziende municipalizzate senza passare per un regolare concorso pubblico. In particolar modo all’interno dell’Ama, consorzio che si occupa della raccolta dei rifiuti, e dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici di Roma. «Quello messo in piedi dal clan Alemanno è un vero e proprio sistema», ha raccontato negli scorsi giorni una fonte anonima a Repubblica, «un sistema a carattere piramidale. Significa che la regia di tutte le assunzioni è politica, serve per accontentare clientele e creare consenso, ripaga dell’astinenza decennale che molti nel centrodestra, sotto Rutelli e Veltroni, hanno vissuto male». Al vertice di tutte le decisioni ci sarebbe proprio il sindaco, che con un paio di fedelissimi avrebbe provveduto a elargire a pioggia benefit a amici e conoscenti sotto forma di assunzioni spettanti al Comune.

Qualche esempio? L’ex capogruppo in aula Giulio Cesare di An ora in Parlamento, Marco Marsilio, ha sistemato alla Direzione Comunicazione dell’Atac la sua compagna, Stefania Fois, che, come si legge nel suo sito personale ha un trascorso da pittrice. Alla direzione dell’Area Normativa e Disciplina siede invece Claudia Cavazzuti, moglie del senatore forzista Stefano De Lillo, dominus delle tessere azzurre della capitale. In Atac sono entrati anche Nicola Valeriani, genero dell’onorevole pidiellino Vincenzo Aracri, come anche quello dell’amministratore delegato della società, Bertucci, che ha inoltre piazzato la cognata del figlio primogenito e, in un ruolo di dirigenza al Campidoglio, la figlia della segretaria personale. L’eurodeputato Antonio Tajani ha inserito in Atac la sua ex assistente, Emanuela Gentili. Si può continuare con l’assessore ai Trasporti, Sergio Marchi, che ha favorito lo spostamento in Atac della fidanzata, Flavia Marino, prima impiegata in un’azienda della regione, per poi far assegnare una consulenza di quattro mesi all’Agenzia per la mobilità al cognato. Ma non si è fermato qui: la moglie del suo capo staff, Enrico Guarnieri, è stata infatti anche lei assunta. “Solo” un contratto a progetto per lei. Si potrebbe continuare con la compagna del consigliere pdl Marco Visconti, assunta al Comune, con il figlio di Antonino Torre, eletto in quota Lista civica per Alemanno sindaco, entrato nell’amministrazione in qualità di informatico. Questo per tacere del gossip legato alla cubista Giulia Pellegrino, oggi assistente del direttore industriale dell’Atac, immortalata in scatti al gusto di spumante insieme a Sammarco e a Cesare Previti.

Tutte coincidenze, si dirà. Ma effettivamente la lista di parenti&affini è un po’ troppo lunga perché non possano sorgere dubbi su una vera e propria regia di colonizzazione di aziende sovvenzionate dai contribuenti. Che dietro ci sia il sindaco è tutto da verificare. Finora, come possibili direttori d’orchestra, si sono fatti i nomi di Gianni Sammarco, coordinatore cittadino del Pdl, e Vincenzo Piso, deputato, ex Alleanza Nazionale. Il nome di quest’ultimo finì anche in mezzo al casino del ritardo nella presentazione delle liste alle ultime elezioni regionali, per poi uscirne illeso (come d’altronde tutti gli altri responsabili, o presunti tali). Sarebbe stato lui a supervisionare almeno 850 delle quasi 2000 assunzioni poco trasparenti effettuate negli ultimi due anni. Proprio ieri Alemanno è nuovamente intervenuto sulla vicenda, promettendo che «se ci sono responsabili pagheranno tutti». E se la magistratura accertasse che fra questi ci fosse anche lui? «Pagherò anche io», ha risposto il primo cittadino, senza però specificare se il prezzo pattuito comprenda anche eventuali dimissioni. Certo è che i numeri del sindaco sono diversi da quelli emersi dalle inchieste giornalistiche: «Non ci sono né centinaia né migliaia di assunzioni clientelari. Le assunzioni sospette emerse oggi in Atac e in Ama sono 85: 67 facenti capo a politici, 18 a sindacalisti», ha detto nel corso di una conferenza stampa, garantendo d’altra parte che «noi abbiamo offerto la massima collaborazione e rispetteremo il lavoro dei magistrati. Il Comune cercherà di essere più severo della stessa magistratura». Lo farà (se lo farà) attraverso una commissione composta da quattro tecnici con esperienza nell’ambito giuridico-amministrativo: Liborio Iudicello, Franco Massi, Alberto Stancanelli, Francesco Verbaro. I quattro saggi sono incaricati di presentare, entro la fine del prossimo gennaio, una relazione all’assemblea comunale, che, basandosi su di essa, dovrà prendere i provvedimenti del caso. Intanto il suo caposcorta, Giancarlo Marinelli, si è dimesso. E guarda caso i nomi dei suoi figli sono entrati nel calderone di quelli messi sotto osservazione per le assunzioni “allegre”. Anche perché sembra che proprio i figli siano in ottimi rapporti con il primo cittadino, che ha partecipato al matrimonio della secondogenita, di fresca assunzione. Alemanno si difende, pur in termini che hanno del grottesco: «Chi mi conosce può testimoniare la vita che faccio e che spesso mi porta in situazioni in cui mi guardo attorno e non mi rendo conto esattamente di dove sto. Quando sono andato al matrimonio di quella ragazza – ha spiegato – ero convinto di essere alle nozze del figlio maschio, pugile, del mio ex capo scorta. Poi ho visto le foto e ho detto ‘Oh diavolo’: quindi davvero non lo sapevo, ma capita. Si può accusare la mia lucidità ma non la mia buona fede».

Il sindaco va dunque avanti indefesso per la sua strada, facendo balenare l’ipotesi di complotti: «Non so se questa attenzione è legata alle voci di miei impegni di carattere nazionale, che io smentisco categoricamente: io voglio fare il sindaco di Roma, fino a quando lo vorranno i cittadini» ha contrattaccato. Qualche malalingua ha letto in quel «fin quando lo vorranno» l’intenzione del sindaco di non escludere del tutto l’ipotesi di un passo indietro. Un consiglio lacerato che non lo sfiducia solo per non perdere il posto e lo scandalo che lo sta investendo ne hanno offuscato un’immagine che solo qualche mese fa sembrava in procinto di spiccare il volo per ben altri lidi. Lasciare prima che la valanga gli piombi in testa potrebbe essere un buon modo per eclissarsi per un po’, per poi buttarsi nuovamente nella mischia quando le acque si calmeranno. E pensare che solo tre giorni fa, intervenendo alla cerimonia in occasione del cinquantesimo anno della scuola dei gesuiti della capitale, Alemanno aveva detto che tutta la comunità cittadina è impegnata a costruire «una classe dirigente formata a valori di eccellenza, consapevole e responsabile per guidare la comunità nello sviluppo». Un bello smacco per un’immagine fino a un anno fa tra le più trasparenti di tutto il centrodestra. Anche la difesa del presidente della regione Lazio Renata Polverini, «Se c’è una parentopoli, c’è in tutta Italia», è ricaduta sulla testa ammaccata del sindaco, venendo letta da molti come un’implicita ammissione di colpe dell’amministrazione cittadina. Anzi, alcune voci nel Pdl sostengono che si tratti di una sottile quanto intenzionale bordata della Polverini nei confronti del sindaco, che non ha mai riscosso particolari simpatie da parte della rampante presidentessa.

Era solo giugno quando il sindaco parlava della necessità di «uno scatto morale e alcuni sacrifici» per poter superare la crisi. E prometteva strumentalmente il taglio del 10% di tutti gli stipendi comunali per mantenere intatta la spesa sociale. Argomento molto caro nella storia politica di Alemanno, che ha improntato tutta la campagna elettorale contro il suo avversario, Francesco Rutelli (come anche quella precedente, che lo aveva visto sconfitto da Veltroni), sulla moralizzazione e la razionalizzazione delle spese folli. «Basta opere-cartolina e mega consulenze» sono state le parole d’ordine che hanno pervaso gli ultimi anni di un’attività politica partita da lontano. Alemanno è sempre stato dalla parte “etica”, quella della destra vicina alla gente di borgata, attenta ai problemi del popolo, quello senza fronzoli. D’altra parte era questa la vocazione della corrente Destra Sociale all’interno di An. Un’attenzione, quella ai temi più sociali del panorama destrorso italiano, maturata per convinzione e per amore. No, non amore per la politica, ma quello per una bella e frizzante ragazza, Isabella Rauti, oggi sua moglie (e consigliera regionale), figlia di quella testa dura che era il vecchio e irriducibile Pino. Un amore che non è stato sufficiente a fargli seguire il suocero nell’avventura radicaleggiante di Fiamma Tricolore, ma che non gli ha mai fatto dimenticare le proprie origini. Francesco Storace era il dominus incontrastato, Alemanno l’eterno numero due. Quando c’era da rilasciare un’intervista c’era Storace, quando bisognava accalappiare la poltrona giusta, era sempre il fondoschiena del buon Francesco a piazzarcisi. Come quando ci fu da dare l’assalto alla regione Lazio.  Una battaglia persa, secondo Fini, che in questo modo sperava di far abbassare le pretese della propria, rumorosa, minoranza interna. Con Alemanno a guidarne la campagna elettorale, Storace superò Badaloni, e ottenne una vittoria storica. Gianni venne ripagato l’anno successivo, quando divenne, sempre in quota Destra sociale, ministro delle Politiche agricole e forestali. È a partire dal 2001 che il futuro sindaco acquista sempre maggiore autonomia dal suo ingombrante mentore. Quest’ultimo è caduto, come ben sappiamo, nel dimenticatoio. Mentre il buon Gianni ha acquistato lentamente la stima e il favore della destra romana, che lo ha portato a salire trionfalmente (e in un tripudio di braccia tese al vento) sul Campidoglio nel 2008. La polemica che lo sta investendo in questi giorni rischia di incrinarne anche la fama di pontiere che si stava ritagliando all’interno del Pdl. Non è un caso che proprio in questi ultimi mesi il senatore Andrea Augello, influente figura nella sezione romana del partito, che ne aveva curato la campagna elettorale, si sia gradualmente allontanato dal sindaco. Quella che prima era la più affiatata coppia di mediatori tra finiani e berlusconiani, quando ancora la rottura non era stata consumata, oggi è solo un pallido ricordo. E si dica anche che Augello ha resistito alle sirene di Fli per rimanere al fianco di Berlusconi. Non una rottura politica dunque. Piuttosto Augello si è smarcato da quell’uomo che in larga parte gli deve il proprio successo personale, probabilmente fiutando in anticipo che qualcosa nell’amministrazione capitolina non andava.


Visione delle cose e spunti originali

Gabriele Albertini ha fatto parlare di sé negli ultimi giorni. E non poco. L’ex sindaco di Milano pare sia intenzionato a dare nuovamente l’assalto a Palazzo Marino. Ma non con il Pdl, come sarebbe naturale, bensì sotto l’astro nascente del Terzo polo. Forse, però, è un peccato che la grande stampa nazionale si ricordi di Albertini solo quando si distingue, in un modo o nell’altro, dall’ortodossia della linea degli azzurri. L’eurodeputato è uno dei pochi politici che oggigiorno sa offrire al proprio interlocutore una visione delle cose, uno spunto originale sul quale poter ragionare. A partire dalle polemiche di questi giorni che hanno coinvolto Saviano e il ministro dell’Interno Maroni, che ha preteso e ottenuto (ieri sera) di essere invitato alla trasmissione dello scrittore campano, dalle quali è impossibile isolare il torto e la ragione in un unico campo.

La mia intervista ad Albertini su Liberal.

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Parti del Pd voteranno Albertini

Se nei giorni scorsi sono filtrati i mal di pancia dell’area popolare dei democratici di Milano, in particolar modo quelli della senatrice ex-Margherita Emanuela Baio Dossi, la voce che è filtrata ieri parla addirittura di una disponibilità di Maria Pia Garavaglia, collega della Baio Dossi nel gruppo parlamentare piddino a Palazzo Madama, di correre come vice di Albertini. Sentita da liberal, la senatrice ci va cauta: «La mia casa è il Pd, e gli sarò leale, senza però rinunciare a confrontarmi con i vertici». Ma ricorda con decisione che «le primarie sono uno strumento che si è dato il nostro partito. E in presenza a scelte di vertice e non di popolo come quelle che hanno portato alla candidatura a Milano bisogna aprire un dibattito, che Vendola non ha alcun titolo a fermare». E se non è una sconfessione per il vincitore Pisapia, poco ci manca: «Pisapia conosce bene la città, e potrebbe essere un ottimo amministratore. Ma non è l’uomo che ci vuole per battere la Moratti». Se domandi alla senatrice quale sarebbe la soluzione ideale, non ha esitazioni a rispondere: «Albertini. Occorre appoggiarlo per vincere. Un terzo polo milanese non schierato a destra, ma con le forze moderate e riformatrici del Paese, potrebbe essere l’esperimento decisivo per sganciare il Pd dall’influenza dell’area massimalista di Sinistra e Libertà e dell’Italia dei valori».

Oggi su Liberal.

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In morte di Dino De Laurentiis

L’amore canta. Eccome se canta, se ha il cipiglio buffo e insieme un po’ severo di un uomo innamorato della vita, delle donne, dell’amore. ma soprattutto del cinema. L’amore canta. Eccome se canta, se è il titolo di una pellicola di Ferdinando Maria Poggioli. Siamo nel lontanissimo 1941. C’è il duce, c’è la guerra, ci sono tante storie da raccontare. E c’è qualcuno che ha voglia di farlo, anzi, di farlo fare. Si chiama Agostino, ma tutti lo chiamano Dino, un nomignolo che si porterà dietro per sempre, che diventerà un marchio di fabbrica. Con quattro soldi in tasca e un’esperienza al Centro sperimentale di cinematografia appena conclusa, decide di imbarcarsi nell’avventura di un film insieme a Poggioli, un tipo strano, innamorato del teatro, che prima che gli Alleati potessero mettere la parola fine al conflitto morì suicida, ma solo dopo aver abbandonato la macchina da presa per dedicarsi all’antiquariato. Due menti eclettiche, un successo, il primo grande successo per il ragazzino (quasi) napoletano. Nascerà così il brand Dino De Laurentiis, protagonista indiscusso di oltre sessant’anni di cinematografia italiana.

Il mio articolo su Liberal.

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Chiude i battenti il festival di Roma

Quello di Roma è un festival che, per l’aspetto competitivo, è rimasto Festa. Ovvero è rimasto profondamente legato all’impostazione iniziale voluta da Veltroni: un mare di glamour, di paillettes e di flash, filmoni internazionali, magari non inediti, ma che potessero fare la felicità di grandi e piccini, poco interesse per il concorso. Tolto il glamour, tolte le star internazionali, sono rimasti film già visti nei quattro angoli del pianeta, spesso di scarso richiamo, ma anche un concorso di scarsissimo interesse. Questo per altro senza aver rinforzato come si deve la selezione ufficiale, che dovrebbe essere l’anima di ogni festival che si rispetti, relegando così la consegna delle statuette d’oro del Marc’Aurelio, dodici ufficiali e undici cosidette «collaterali», ad un sereno anonimato.

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