Polvere di stelle su Rodotà

In attesa che Milena Gabanelli sciolga la riserva e decida se accettare l’investitura, il Movimento 5 stelle si pone la questione in termini più metodologici che politici. Ormai una consuetudine, almeno per il gruppo parlamentare, visto che ieri Beppe Grillo è stato più ficcante del solito. Il leader ha aperto alla collaborazione con il centrosinistra previo voto del candidato grillino al Quirinale. Ma soprattutto ha ammesso di valutare la carta di Stefano Rodotà come potenzialmente divisiva per il Partito democratico.

Il punto è che Pd e Pdl sembrano essere ancora lontani da quell’accordo che avrebbe lasciato le mani libere ai parlamentari stellati, sicuri di votare un candidato di bandiera e non avere possibilità di inserirsi nella corsa. Ma in caso di partita aperta, Grillo sa di non poter pagare lo scotto di rimanere sostanzialmente ininfluenti in una congiuntura che li vedrebbe nuovamente determinanti. Così le carte si mescolano e, al di là di quel che dice il leader nella sua tre giorni friulana, il gruppo parlamentare ha iniziato a fare il punto della situazione.

La forma è quella consueta: una riunione fiume di oltre quattro ore, scioltasi definitivamente poco prima della mezzanotte di ieri. Nella quale non si è presa alcuna decisione formale. Nessun voto ha sancito quella che per ora sembra comunque essere la linea della maggioranza del gruppo: si voterà ad oltranza il proprio candidato, Gabanelli, Strada o Rodotà che sia. Tra i più netti il senatore piemontese Carlo Martelli, il deputato Manlio Di Stefano e la sua collega Dalila Nesci. «Anche se quest’assemblea deciderà diversamente a maggioranza io continuerò a votare Gabanelli. Ce lo impongono le nostre regole», ha detto quest’ultima. Ma fatto salvo alcune posizioni ultra-ortodosse, la divisione tra i “fedeli alla linea” e i dialoganti non è emersa netta come in passato.

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Le prime tre leggi che il M5s potrebbe portare in Parlamento

Da più parti il Movimento 5 stelle ha subito critiche per non aver depositato ancora alcun progetto di legge. Si sottolinea l’incoerenza con la centralità data dai grillini all’attività del Parlamento, ma si obietta che i neo-eletti hanno il beneficio dell’inesperienza che ancora non gli permette di masticare a fondo i tecnicismi burocratici del Palazzo.

Intanto però sul web gli attivisti di Beppe Grillo sono una fucina di proposte. Sia sul forum del movimento che sui meetup, la voglia di iniziare ad essere operativi degli elettori a 5 stelle è tanta.

Soprattutto nella prima fattispecie, le discussioni che avvengono in rete sono da tenere d’occhio. Il codice di comportamento dei parlamentari prevede infatti che «le richieste di proposte di legge originate dal portale del MoVimento 5 Stelle attraverso gli iscritti dovranno obbligatoriamente essere portate in aula se votate da almeno il 20% dei partecipanti». Tutto quel che viene fuori dal forum è dunque potenzialmente trasferibile direttamente in aula. Quali sono dunque le tre proposte che, per il momento, più si avvicinano alla fatidica soglia?

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Il M5S e le “profezie” su Mps

La vicenda che sta scuotendo il Monte dei Paschi di Siena e la fondazione che controlla la banca è entrata prepotentemente nel dibattito politico, in particolar modo nelle settimane che hanno proceduto il voto. Al di là delle valutazioni di merito sul caso, e note le posizioni di Pd e Pdl sul tema, è utile cercare di capire quale posizione ha maturato nel tempo sulla banca senese il Movimento 5 Stelle.

Anche e soprattutto perché, da qui a qualche mese, si celebreranno le elezioni per il rinnovo del Sindaco. E lo tsunami grillino, unito alla grande crisi in cui versa il Partito democratico locale, potrebbero stravolgere gli equilibri consolidati in Consiglio comunale, fino ad oggi appannaggio dei Democratici. Appena due anni fa il dimissionario Franco Ceccuzzi aveva vinto al primo turno con il 54% dei consensi, contro il 3,5% dei 5 Stelle, guidati da Michele Pinassi. Cifre che sono destinate sensibilmente a cambiare.

L’opposizione nei confronti del centrosinistra è vivace e battagliera. Un esempio? Il 6 marzo scorso i 5 Stelle attaccavano duramente l’amministrazione uscente: «Il grande caimano piddino, che ancora ha qualche sprizzo di vitalità, non accenna a mollare la presa sulla città». Una linea dura che ha trovato ottimi argomenti sul fronte della gestione della banca, al quale i grillini senesi dedicano un’intera sezione sul proprio sito.

Uno spazio nel quale si mescolano comunicati stampa e un costante servizio d’informazione sulla vicenda Mps. A partire dallo scorso marzo. Data in cui i 5 Stelle gioivano per le prime proteste sindacali e le analisi degli economisti che iniziavano a convergere sulla situazione di grave dissesto denunciata dal movimento. E giorno nel quale un comunicato stampa avanzava una profezia a posteriori molto più concreta di quanto fosse apparsa allora: «Allora [nel 2008 n.d.r.] sarebbe stato possibile salvare Banca, Fondazione e Città: ora, invece, è troppo tardi».

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Si tornerà presto a votare? (per il Lazio, intendo)

Che probabilmente si debba tornare al voto in tempi brevi è l’analisi di molti dei commentatori politici italiani. Guardano al confuso scenario nazionale e alle condizioni di ingovernabilità apparente in cui versa il Parlamento.

Ma c’è il pericolo che si torni a votare anche nel Lazio, e circola anche una possibile data: il 26 e 27 maggio, in concomitanza con la tornata amministrativa che vedrà il rinnovo dell’amministrazione Capitolina. Uno scenario improbabile, ma non da escludersi. L’elezione di Nicola Zingaretti è infatti sub-judice. Sulla sua testa pende la spada di Damocle di un’udienza del Tar fissata al 7 marzo, che dovrà decidere sulla legittimità del Consiglio regionale, che lo vede godere di una maggioranza di 28 seggi su 50.

È proprio sul numero dei consiglieri che si è concentrata l’attenzione dei giudici amministrativi.

Ma andiamo con ordine. Uno degli ultimi provvedimenti del governo di Mario Monti ha imposto alle Regioni un sensibile taglio dei costi della politica. In particolare l’esecutivo tecnico ha fissato dei parametri, legati alla popolazione, per definire la composizione delle assemblee locali. Calcoli che hanno fatto scendere a 50 gli eleggibili nel Lazio, rispetto ai 70 del passato.

I parlamentini regionali avrebbero dovuto così modificare il proprio ordinamento adeguandosi alla normativa del governo, attraverso una modifica legislativa delle proprie norme. Passo che, negli ultimi giorni della convulsa giunta di Renata Polverini, non è stato fatto. Così la presidente ha emanato un decreto che recepisse su questo punto la spending review di Monti, ma non ha modificato né la legge elettorale, né lo Statuto della Regione. I quali, tutt’ora, prevedono un consiglio con 70 membri.

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