Cosa rimane dopo la rottamazione

C’erano pochi dubbi che Pier Luigi Bersani si sarebbe aggiudicato il secondo round. La difficoltà di Matteo Renzi di mobilitare una seconda volta un elettorato eterogeneo, il sostegno al segretario di un voto coeso e strutturato, l’endorsement di Nichi Vendola, hanno permesso al segretario di sfoderare un registro da vincitore già da sabato.

Nella sede centrale del suo comitato elettorale, a via Montecatini a Roma, intorno alle 19.00, a urne aperte, Anna Paola Concia, Roberto Speranza e Alessandra Moretti erano proiettati alla festa che si sarebbe tenuta di lì a tre ore al Teatro Capranica. Anche tra lo staff romano di Renzi si respirava la stessa aria. “Speriamo di contenere il distacco, c’è differenza se arrivi al 39% oppure al 43%” ragionava profeticamente un membro della brigata del sindaco.

Già, perché non essere riusciti a raggiungere la soglia psicologica del 40% potrebbe rivelarsi una zavorra non indifferente per il network del sindaco di Firenze. Che da oggi si trova davanti il complicato compito di capitalizzare, senza disperderlo, un patrimonio di idee, relazioni e credito politico che se è uscito acciaccato dai gazebo rappresenta pur sempre una fetta consistente dell’elettorato del centrosinistra.

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Renzi ha vinto, ma ha vinto di più Bersani

Non si tratta di troll. Anche secondo il costituzionalista Augusto Barbera, Matteo Renzi ha sì pescato parte dei suoi voti nel bacino del centrodestra. Ma non fra militanti vogliosi di sabotare le primarie del centrosinistra. Si tratta bensì di elettori delusi da Silvio Berlusconi e dagli affanni in cui versa il Pdl, che attraverso il pellegrinaggio ai gazebo hanno manifestato la propria voglia di partecipare in una competizione che offre l’idea – almeno sul piano comunicativo se non su quello sostanziale – di poter influire sull’assetto futuro del paese. In termini numerici, considerando i dati ufficiosi pubblicati oggi sul sito http://www.primarieitaliabenecomune.it, quella del sindaco di Firenze è un’affermazione di tutto rispetto. Il 35,3%, pari ad oltre un milione di voti, comunque vada rappresenta per Renzi un’ottima dote politica. La cui capitalizzazione sarà assai complicata.

La vittoria del sindaco si ridimensiona se confrontata ai numeri di Pier Luigi Bersani. I dati di un sondaggio riservato diffuso nei giorni scorsi sono stati confermati. Accreditando il segretario di un pacchetto di consensi (il 44,9%) molto più vicino a quota 50% di quanto non si era supposto nelle ultime due settimane.

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Giannino va alla guerra

Ha sciolto la riserva. Dopo qualche mese di futuro incerto e felicità a momenti, Oscar Giannino si è deciso al grande passo: “Chi non ci sarà alle prossime regionali nel Lazio e in Lombardia non ci potrà essere alle politiche. Abbiamo sette settimane per organizzarci”. Fermare il declino sarà della partita nelle prossime elezioni amministrative. E ha tutta l’intenzione di esserci anche quando si deciderà la composizione del prossimo Parlamento. Una decisione maturata insieme ai “gemelli” di Italia Futura, il think-tank montezemoliano, unico sparring partner – almeno a dar retta a quel che dicono entrambi – dell’avventura elettorale del movimento.

L’annuncio è arrivato da un affollatissimo Teatro Quirino di Roma, dove Giannino&soci hanno arringato a una platea assai composita, ben disposta ad assecondarne all’applausometro le bordate contro un Palazzo sempre più arroccato nella difesa corporativistica dell’esistente. Michele Boldrin, Luigi Zingales, Carlo Stagnaro e Piercamillo Falasca hanno animato un podio vivace, sul quale tuttavia si è notata l’assenza di donne. Se Beppe Grillo riempie le piazze, Giannino fa straripare i teatri. Quale ricaduta elettorale possa avere l’entusiasmo che anima i quasi quarantamila anti-declinisti, è tutto da vedere.

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