La corsa al centro di Pd e Pdl nel Lazio

Il tema del “Papa straniero” è diventato ormai, a fasi alterne, un mantra nel quale si rifugiano i partiti allorché versano in un momento di crisi. E quale termine migliore di “crisi” descrive la situazione del Pdl nel Lazio?. Ad oggi nessuno dei big è sceso in campo, candidandosi a primarie la cui stessa celebrazione è assai incerta. Giorgia Meloni ha optato per il palcoscenico nazionale. Così per la Pisana sono rimasti in campo il senatore Stefano De Lillo, l’ex presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa e il presidente dell’Ater Bruno Prestagiovanni. Candidati autorevoli nel partito. Ma che non creano valore aggiunto sul piano della comunicazione e non portano in dote fette di elettorato estranee a quelle che abitualmente già si orientano verso il partito degli azzurri. Mentre sta perdendo forza la possibile candidatura (mai confermata) del magistrato Simonetta Matone, sta guadagnando posizioni quella di Luciano Ciocchetti. L’attuale vicepresidente della giunta di Renata Polverini, raccoglie sempre più simpatie tra i berluscones. La sua è una posizione borderline. Uomo forte nel Lazio dell’Udc di Pierferdinando Casini, Ciocchetti è anche da sempre considerato vicinissimo alla presidente uscente. La sua potrebbe essere una candidatura di sintesi, che metterebbe al riparo i dirigenti pidiellini dalla possibilità concreta di fare una figuraccia alle urne contro Nicola Zingaretti – che vola nei sondaggi – e rendendo salda l’alleanza con la lista polveriniana di Città Nuove. Ciocchetti, che si sarebbe dichiarato disponibile a giocarsi le proprie chanche per passare da numero due a numero uno, deve però affrontare il proprio partito. Che Casini starebbe orientando verso il centrosinistra, con un accordo che comprenderebbe in maniera organica sia lo scranno più alto della Regione che il Campidoglio. Alcuni dirigenti centristi segnalano che tra i due la discussione sul punto sia piuttosto accesa. Dopo la sua partecipazione all’incontro dell’associazione Imago presieduta da Francesco Aracri, deputato pidiellino che ha raccolto intorno a sé buona parte del centrodestra romano, da Polverini ad Alemanno, in molti hanno pensato che l’uscita di Ciocchetti dal partito dello scudocrociato sia più che una possibilità.
Ma il voto centrista fa gola anche a sinistra. Goffredo Bettini, il dominus della stagione veltroniana della Capitale, ha firmato ieri un editoriale sul quotidiano Europa nel quale ha definito come «ragionevole» l’ipotesi di tentare a livello locale «un’intesa tra le forze progressiste e democratiche e quelle di centro, alla ricerca di nuove strade». Ma se il Pd guarda a Casini nel quadro di una possibile intesa per il futuro governo del paese, potendone fare a meno per riconquistare Comune e Regione, il 3,9% del quale è accreditato l’Udc per il Pdl potrebbe essere questione di vera e propria sopravvivenza politica.

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Cosa è successo oggi tra Alfano e Berlusconi

Quando è arrivato a Roma in tarda mattinata Silvio Berlusconi covava già intenzioni bellicose. “Queste primarie non s’hanno da fare” è sempre stato il suo pensiero sull’argomento. Rinforzato dalla ridda di candidati improbabili che sono emersi nelle ultime settimane. Un pensiero con il quale è arrivato alla riunione con Angelino Alfano. Un summit funzionale a sciogliere il nodo politico fondamentale prima dell’incontro con il gotha del partito per mettere a punto le regole che dovrebbe avere luogo oggi alle 14.00. Il Cavaliere ha manifestato tutte le sue perplessità al segretario, arrivando ad utilizzare parole anche dure sul pervicace convincimento dell’ex Guardasigilli. Uno scontro che si è protratto per diverse ore nel corso del pomeriggio, e che ha messo a dura prova la pazienza di Alfano. Al punto da farlo sbottare. “Non solo non sostieni le primarie – sarebbe il sunto di quel che ha detto – ma lanci candidature per indebolirmi”. Il riferimento, a quanto pare, è stato in particolar modo a Giorgia Meloni e Gianpiero Samorì. Se quello del segretario è stato solo uno sfogo, d’altra parte offre il polso del clima di fuoco che si è respirato a Palazzo Grazioli. I cui echi sono rimbalzati a vertice ancora in corso, con Altero Matteoli che, a difesa del segretario, commentava laconico: «Quel Samorì è da mettere alla porta». Per un attimo il tavolo sembrava dover saltare. Ma alla fine Alfano ha convinto il Cav che un annullamento dei gazebo in questa fase avrebbe comportato la ridicolizzazione del partito.

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Alemanno vs Meloni

Gianni Alemanno prende le distanze dalla candidatura di Giorgia Meloni alle primarie nazionali del Pdl. Chi mastica un po’ di storia della destra romana, non è rimasto stupito dalle parole del sindaco. Che intervenendo ieri mattina alla trasmissione Omnibus su La7 ha prima smentito di essere il grande tessitore della scelta dell’ex ministro della Gioventù, per poi addirittura ribadire che il suo appoggio si orienterà verso altri lidi: «Con grande rispetto della Meloni, io appoggio Angelino Alfano innanzitutto per la sua scelta di fare le primarie nonostante le perplessità avanzate da molti, Berlusconi compreso». I due arrivano da un percorso politico comune ma parallelo. Quando il sindaco era il leader, insieme a Francesco Storace, della corrente aennina “Destra Sociale”, la giovanissima Meloni raggranellava consensi tra i militanti di “Destra protagonista” – l’azionista di maggioranza del partito che fu di Gianfranco Fini – capitanato da Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri.
In tempi più recenti, mentre l’ex leader dei giovani pidiellini ritagliava per se uno spazio autonomo rispetto i vecchi colonnelli (al punto che il duo Gasparri – La Russa si sarebbe non poco irritato della sua discesa in campo per le primarie), il sindaco si è avvicinato all’inner circle di Alfano, stringendo un sodalizio con gli ex rivali.
Una situazione che avrà le sue ripercussioni sugli equilibri del Popolo della libertà nel Lazio. A Roma, infatti, gli ex An la fanno da padrone, relegando i forzisti su posizioni marginali. E proprio nella Capitale, oltre che nel resto della Regione, Meloni vuol far contare il proprio peso sul piano nazionale. È presto per fare valutazioni sui numeri, ma si calcola che solamente superando la soglia del 25% ai gazebo laziali l’ex ministro avrebbe qualche possibilità di strappare ad Alfano la candidatura alla premiership. Un obiettivo dal quale Alemanno proverà a tenerla lontana. È sulle truppe del primo cittadino (e su quelle di Gasparri) che il segretario azzurro conta, sprovvisto com’è di un proprio seguito personale su Roma. All’orizzonte si profila un braccio di ferro che potrebbe avere esiti imprevedibili. Perché se nel futuro prossimo ci sono le primarie nazionali, appena un passo più in là dovrebbero essere convocati i gazebo per il Campidoglio. E se ad oggi è impossibile prevedere se i meloniani decideranno di correre in solitaria per conquistare la Capitale, se lo scontro si dovesse infiammare Alemanno potrebbe rischiare il raffreddamento dei rapporti con una buona fetta della propria base elettorale. Il tutto dopo aver respinto un appoggio esterno de La Destra («o stanno dentro, o stanno fuori») ricevendo un sostanziale “arrivederci” dall’ex collega Storace, e aver chiesto chiarezza nella scelta delle alleanze all’Udc. Le truppe centriste potrebbero rimpinguare le forze già sfilacciate del sindaco. Ma se davvero Meloni dovesse accusare il colpo e regolarsi di conseguenza per il futuro, la riconferma al Campidoglio diventerebbe un’impresa quasi impossibile.


Del perché Verdini sta aiutando la campagna di Samorì

Luci e ombre per la kermesse toscana di Gianpiero Samorì. L’imprenditore romagnolo ha lanciato domenica da Chianciano la sua scalata al Pdl. Riempiendo il palazzetto dello sport della località termale. Con simpatizzanti entusiasti (anche se lo spirito si è raffreddato, dopo la poco efficace partecipazione del leader al Porta a Porta di giovedì) e di qualche vecchietto che non sapeva bene dove si trovava. Coinvolto in quei tour dove, per una manciata di euro, ti portano a vedere un bel posto al patto di sorbirti tre ore di dimostrazione su quanto le pentole degli organizzatori della gita siano migliori di tutte le alte. Sostituite le padelle a Samorì e il gioco è fatto. Ma al di là degli aspetti folkloristici (per certi versi la Chianciano di Samorì ha ricordato l’Auditorium del Massimo nel quale Domenico Scilipoti tenne il suo primo, memorabile, congresso), l’imprenditore che si sente un “Berlusconi-mignon” ha deciso di fare le cose sul serio. Un sondaggio di ieri di Swg lo accredita al secondo posto nelle preferenze del popolo pidiellini. Un 14% in coabitazione con Alessandra Mussolini, che fa preoccupare non poco Angelino Alfano, forte appena del 32%. Anche se la candidatura di Giorgia Meloni, ufficializzata ieri, potrebbe sparigliare il campo.

L’avvicinamento con la galassia berlusconiana ha origini relativamente lontane. A cavallo tra il 2007 e il 2008 Samorì fu vicepresidente dei Circoli del buongoverno di Marcello Dell’Utri. Un’esperienza che oggi gli vale l’accostamento con il potente senatore siciliano. Ma chi lo conosce bene, afferma che è ormai da più di quattro anni che l’imprenditore non ha più rapporti con quell’ambiente. La cui frequentazione gli è valsa l’attenzione di alcuni consigliori del Cavaliere. Diego Volpe Pasini e Vittorio Sgarbi su tutti.

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Del perché le primarie del Pdl sembrano già un’occasione sprecata

 

Le primarie sono uno dei pochi mezzi in possesso di Angelino Alfano per tenere vivo il Popolo della libertà e provare a non far soccombere il partito di fronte alle intemerate di Silvio Berlusconi o alle tentazioni scissioniste che mettono in subbuglio la pancia degli azzurri. Una carta che il segretario ha deciso di giocarsi anche sfidando – per la prima volta pubblicamente – le perplessità del Cavaliere. La montagna ha partorito un topolino. Il regolamento, disponibile da un paio di giorni online sul sito del Pdl, è assai deludente.

La vera sfida per gli azzurri era quella di inserirsi su una strada già battuta dagli storici antagonisti del Pd, migliorandone i meccanismi di partecipazione e ammodernandone l’impianto generale. Solo così, al netto di un’affluenza ai gazebo che si preannuncia assai ridotta rispetto a quella dei Democratici, le primarie sarebbero potute essere un primo passo per riconquistare il terreno perduto in questi ultimi mesi. E forse anche per consolidare una struttura-partito che lo rendesse in grado di sopperire al venir meno del collante carismatico rappresentato da Berlusconi.

Nulla di tutto questo è contenuto nelle 12 pagine di cui è composto il documento. Fatto salvo per la registrazione obbligatoria prima del voto, il regolamento azzurro ricalca quello rodato dei cugini del Pd.

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Il vertice “segreto” tra Polverini e Pdl

Dopo il gelo delle scorse settimane, tra Renata Polverini e il Pdl si sta lentamente riallacciando il filo del dialogo. L’ex segretaria generale dell’Ugl non è mai entrata formalmente a far parte del partito del predellino. Anzi, per le scorse tornate amministrative Polverini ha messo in piedi una propria lista, Città Nuove, con la quale ha concorso a volte come partner degli azzurri, altre addirittura in competizione. Gli uomini del suo entourage raccontano di una presidentessa dimissionaria assai adirata per la gestione che il gruppo regionale del Pdl ha fatto dello scandalo partito da Franco Fiorito. Un malessere evidenziatosi dal rimpasto della giunta, dalla quale sono stati estromessi storici colonnelli del partito di Berlusconi.

Ma gli azzurri non possono fare gli schizzinosi. I margini per riconfermarsi alla guida della Regione sono assai esigui e Nicola Zingaretti è straripante nei sondaggi. Così, nonostante il modesto 3% di cui è attualmente accreditata Città Nuove, si cerca di ricucire lo strappo nella tela del rapporto fra i due separati in casa. Anche perché Polverini gode ancora di ottime entrature fra la dirigenza nazionale dei berluscones. Ieri l’ex presidente della Regione Lazio ha avuto un fitto conciliabolo con il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, dominus dell’ala forzista laziale. Un colloquio avuto in presenza dell’ex ministro in quota Alleanza nazionale, Andrea Ronchi, e del coordinatore romano del partito Gianfranco Sammarco.
Un vero e proprio summit, per tentare di trovare una formula che permetta al Popolo della libertà di non andare diviso alle urne. Vertice che si è perfezionato durante un pranzo nella centralissima piazza San Lorenzo in Lucina, alla presenza di Mario Brozzi, capogruppo della Lista Polverini alla Pisana.

Sul piatto, oltre ad un pasto leggero, le strategie per il futuro. Non è un mistero che Polverini ambisca a calcare un palcoscenico nazionale, e potrebbe voler portare con sé una pattuglia di fedelissimi. E se al Pdl il pacchetto di voti che sposta la presidente fa gola, le prospettive elettorali di Città Nuove, qualora si presentasse da sola alle elezioni del 2013, non sono di certo rosee.
Molto dipenderà anche sia dall’atteggiamento che avrà l’Udc di Pierferdinando Casini nella vicenda locale, sia il futuro prossimo del partito guidato da Angelino Alfano. Ma dopo le parole al vetriolo delle ultime settimane, i protagonisti si sono resi conto che un divorzio non conviene a nessuno. Se le condizioni politiche per un accordo complessivo si troverà, è questione da sciogliersi nei prossimi giorni.


Bordin: dei Radicali, del Pd e della “stampa e regime” all’italiana

Si diverte Massimo Bordin, storica voce di Radio Radicale, nel commentare la provocazione lanciata sulle pagine de L’Opinione di una candidatura di Marco Pannella al Quirinale da contrapporre a quella di Antonio di Pietro: «Uno scontro tra l’ex pm e Pannella per la poltrona del Colle sarebbe assai interessante. Ma se il leader Radicale dovesse spuntarla, si dimetterebbe seduta stante. La sua elezione significherebbe che del suo lavoro nel paese non ci sarebbe alcun bisogno». Ma all’indomani della chiusura del Congresso di Radicali italiani, i problemi principali che il partito si ritrova ad affrontare concernono la futura collocazione politica. A partire dal rapporto con il Partito democratico: «Pier Luigi Bersani sembra aver sistemato la sua futura piattaforma elettorale – osserva Bordin – che a quanto pare prescinde dai Radicali. Il segretario non è venuto al nostro Congresso, anche se invitato, e questo è sicuramente un segnale». Ma l’ex direttore non ci sta alle osservazioni di chi paragona la traiettoria delle truppe pannelliane a quella dell’Idv nei burrascosi rapporti che entrambi hanno avuto con largo del Nazareno: «Bisogna ricordare che ai Radicali fu negato l’apparentamento di una loro lista, circostanza che invece fu permessa a Di Pietro. E anche se i suoi parlamentari hanno a volte votato in dissenso dal gruppo, la loro lealtà è stata tutt’altra cosa rispetto a quanto fatto dall’Idv all’indomani del voto. Anche oggi la differenza sostanziale è che non si sono posti in un atteggiamento di opposizione all’esecutivo». Nonostante ciò, quella strada sembra destinata ad interrompersi: «Un mese fa c’è stato qualche contatto con il Pd, che tuttavia non ha avuto seguito. La collocazione futura è ancora tutta da valutare».

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Spiegazione storica di Renzi e del patto di sindacato del Pd

Sarà una coincidenza (o forse no), ma l’editrice Donzelli ha fatto uscire in un momento particolarissimo della vita del Partito democratico un volume dal titolo “A vita – Come e perché nel Partito democratico i figli non riescono a uccidere i padri”. Un titolo forte, che pone di suo un interrogativo: perché tra i Democratici si arriva a porre una questione fisiologica in toni così drammatici? «Essenzialmente per la stasi che largo del Nazareno sta affrontando nel porsi il problema del ricambio del vertice» spiega a L’Opinione l’autore. Giornalista, intellettuale, dirigente del gruppo del Pd al Senato, Funiciello parte da un’osservazione: «In Gran Bretagna la leadership di Tony Blair e Gordon Brown ha cambiato il partito. Alla prima sconfitta, la dirigenza è completamente cambiata. In Italia, nello stesso arco di tempo, a fronte di una serie di sconfitte l’unica cosa mutata è stato il nome». I motivi sono da ricercarsi lontano nel tempo. Addirittura ai tempi di Enrico Berlinguer: «Quando l’allora segretario del Pci scelse la linea del compromesso con la Dc, si trovò di fronte quadri dirigenti che non ne appoggiarono la scelta. Dovette così puntare sui giovani più capaci tra quelli che aveva a disposizione, per poter sostenere quella linea politica». Secondo Funiciello «una nuova classe dirigente si può formare solo a partire da una linea politica innovativa».

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Quelli che alla Terza repubblica ci credono davvero

Il 17 novembre Italia Futura dovrebbe ufficializzare la trasformazione in soggetto politico della galassia di associazioni e movimenti che in questi ultimi giorni si sono ritrovati uniti intorno al manifesto “Verso la Terza repubblica”. «Deve sorgere una forza politica nuova, che sia del tutto alternativa ai partiti esistenti» commenta Piercamillo Falasca, che con il suo movimento, Zero +, prova a fare da pontiere tra i montezemoliani e Fermare il declino.

A Oscar Giannino non è andato giù il rifiuto di Italia Futura di emendare il manifesto con alcune osservazioni mosse dagli anti-declinisti. «Ma c’è spazio per un solo soggetto politico nuovo e la direzione intrapresa da entrambi i soggetti è la medesima». L’ottimismo di Falasca prende le mosse dal fatto che «la Terza repubblica ha bisogno di una forza riformatrice e liberale, fondata su un’alleanza tra imprenditori, startupper, outsider e società civile». Tutto con l’obiettivo di «dare voce a una domanda di cambiamento che pongono 14 milioni di elettori che oggi sono restii ad esprimere il loro voto per la stanchezza maturata nei confronti della vecchia politica».

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Giovani eroi (del Pdl) per la municipale

«Mi auguro che si facciano». Michelangelo Chinni sulle primarie per decidere il successore di Renata Polverini ci va con i piedi di piombo, così come sulle candidature: «Prima scopriamo se verranno celebrate, poi potremmo valutare gli eventuali nomi». Ventinove anni, proveniente dalle fila di Forza Italia, da un paio è coordinatore romano della Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della libertà.

Il senatore Stefano De Lillo ha annunciato di volersi candidare per rompere il monopolio degli ex An in Regione.
Credo che sia una mossa positiva. De Lillo sostiene di voler dare voce ad un’altra area culturale presente nel partito. Oltre a Storace, Alemanno e Polverini, anche i loro vice non sono mai stati espressi da quel mondo politico. Ma al di là di questo, occorre aprire il più possibile il dibattito politico affinché le primarie siano una battaglia sulle idee.

Si fa anche il nome di Luisa Todini.
Sono due candidature diverse. Todini è espressione della società civile, ci porterebbe ad allargare il consenso. Quella di De Lillo, invece, darebbe voce a chi da tanti anni pratica della buona politica seguendo determinati valori.

Con le primarie si superano gli scandali degli ultimi mesi?
A patto che siano primarie aperte, e non una mera vetrina che dia per un paio di mesi un po’ di visibilità a questo o a quel candidato.

Basteranno?
Ovviamente no. Bisognerà candidare persone su cui poter mettere non una, ma tre mani sul fuoco, consentendo un ampio rinnovamento. Ma dobbiamo rifuggire le operazioni spot di chi non vorrebbe ricandidare tout-court i consiglieri uscenti. Chi se lo è meritato con la sua attività alla Pisana, merita la riconferma. Sono stato un convinto sostenitore delle preferenze. Oggi, dopo lo scandalo Fiorito, non le sosterrei a spada tratta. Ma il problema rimane a monte, sull’individuazione dei candidati.

Per il Campidoglio sembra che le primarie si terranno. È stato proprio il sindaco a chiederle.
Quello di Gianni Alemanno è un atto generoso, perché si apre al confronto con i propri elettori.

Non corre il rischio di confrontarsi con candidati non credibili a livello di consenso personale?
Il rischio non c’è se si sposta il dibattito sulle idee piuttosto che sulla conta dei voti. Detto questo mi auguro che altri candidati con un profilo spendibile escano fuori, in particolare dall’area moderata e da quella ex forzista.

Come giovanile come valutate il quinquennio di Alemanno?
Ha ereditato una città che aveva un enorme buco di bilancio e un’amministrazione totalmente da rinnovare dopo quindici anni di monopolio del centrosinistra. Per questo la sfida è stata complicata e occorrono altri cinque anni per portare a termine il cambiamento.

Non gli imputate nessun errore?
Qualcuno ce n’è stato. Troppe volte ci siamo fatti condizionare da agenti esterni. Sarebbe occorso più coraggio per affrontare temi spinosi, mentre ci siamo lasciati invischiare in un processo di mediazione alla lunga dagli effetti logoranti.