“Brutti, sporchi e cattivi. Purché investano”. Come il Renzi style travolge i tabù della sinistra

Non importa che il mondo della sinistra che dal ’68 combatte per un mondo più giusto, equo e solidale li abbia confinati da anni nella casella di quelli “brutti, sporchi e cattivi”. Matteo Renzi se ne infischia, e tira dritto per la sua strada. Una strada la cui direzione è più o meno questa: “Per tornare a crescere come paese serve tornare ad attrarre investimenti e creare posti di lavoro. E per attrarre investimenti e creare posti di lavoro bisogna iniziare a lavorare con chi è in grado di farlo in pochissimo tempo”.

Così, nel giro di una settimana, il premier ha prima accolto a Palazzo Chigi i Ceo di “Big Pharma”, i responsabili delle principali multinazionali che operano nel settore farmaceutico. Poi, venerdì, andrà a stringere la mano dell’Amministratore delegato di Philip Morris International, non prima di aver posato la prima pietra di un nuovo stabilimento – a due passi da Bologna – che si stima possa creare, compreso l’indotto, diverse centinaia di posti di lavoro in una sola volta.

Dici Bologna, investimenti e posti di lavoro e pensi subito alla campagna elettorale per l’Emilia Romagna. E in qualche misura il problema è centrato, perché è stato Stefano Bonaccini a dare l’annuncio della presenza dell’ex rottamatore all’evento, e da Stefano Bonaccini subito dopo il premier si recherà per dare l’avvio alla corsa per la successione di Vasco Errani.

Ma nello schema di Renzi, il pezzo principale dell’incastro è il rapporto con la big company del tabacco. Lo schema è molto semplice.

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Tutti pazzi per il Job act di Renzi

Sul Job act di Matteo Renzi – o meglio, sulle anticipazioni che escono sulla stampa – continuano a piovere endorsment dal mondo delle imprese. Qualche giorno fa era stato il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi, a spendere parole di incoraggiamento per il lavoro della nuova segreteria: “Sicuramente è una proposta che va nella direzione giusta”.

Oggi è stato il turno di Gianfelice Rocca. Che non solo è presidente della Techint, uno dei gruppi produttori d’acciaio più importanti del mondo (quasi 60 mila dipendenti e un fatturato da 25 miliardi di dollari l’anno), ma guida anche Assolombarda, l’associazione industriale di Milano e provincia tra le più influenti in Italia. “Il piano lavoro di Renzi è convincente – ha spiegato a Maria Latella, che lo intervistava a Skytg24 – Per le imprese la flessibilità è importante, e la flexsecurity da questo punto di vista va bene”. Tanto Rocca spinge sull’acceleratore sul Job act di via del Nazareno, tanto critica le associazioni che tutelano i lavoratori: “Il sindacato in Italia ha ancora un’impostazione ideologica. Non come quello tedesco, che ha i piedi nel mondo”.

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Storia minima dei 12 (+1) membri della segreteria di Renzi

Fotografi, operatori, giornalisti (con i quali ostenta confidenza, chiamandoli tutti per nome) ma anche tantissimi fra i parlamentari e i dirigenti che ne hanno condiviso la campagna elettorale. Matteo Renzi scende nella sala conferenze di via del Nazareno con quaranta minuti di ritardo per snocciolare i nomi della sua segreteria. Un organo che fino all’altro ieri era seguito per lo più dagli addetti ai lavori, “roba dell’apparato”, avrebbe detto qualcuno. Oggi, se non è la notizia della giornata, poco ci manca.

Sette donne e cinque uomini siederanno al fianco del sindaco di Firenze. “Altro che Blair, come nel governo di Zapatero”, fa notare qualcuno, 35 anni l’età media, rivendicata con orgoglio. La poltrona chiave, l’unica che, al di là dello spessore di chi la occupa, è di per sè decisiva, è quella affidata a Luca Lotti. Sarà il responsabile dell’organizzazione, l’uomo-ombra di Renzi, che ha già preannunciato che a Roma starà il meno possibile. Chi ne capisce fa un paragone: “Lotti starà a Matteo come Migliavacca stava a Bersani”. Il neo-segretario ha voluto affidare le chiavi della macchina a una persona di provata affidabilità, arrivato a Montecitorio ma con i piedi ben saldi nella Firenze del sindaco. Il suo nome era scontato, così come la casella a lui affidata.

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“Rimarremo a lungo nei miasmi del berlusconismo. E non sarà Renzi a salvarci”

“Dopo lo sfiancante processo di degenerazione avvenuto nel ventennio berlusconiano, sarà necessaria una ricostruzione di lunghissimo periodo”. Guido Crainz, professore di storia contemporanea che di questi ultimi due decenni ha scritto un bilancio – il cui titolo, “Diario di un naufragio”, è tutto un programma – parte da una constatazione. Ma su chi e in che modo potrà tirare fuori l’Italia dalle secche su cui si è arenata la vede nera: “Disse Sandro Viola che quando Berlusconi sarebbe caduto non saremo stati avvolti in un’aria pulita, ma in dei miasmi. Lo disse nel ’94, e fu profetico. Quest’aria malsana ci avvolgerà a lungo”.

Il Nuovo centrodestra “lo è solo nel nome, perché non si pensi che Angelino Alfano sia un omonimo di quello che firmò il lodo, o che la novità si possa chiamare Formigoni o Sacconi”. E la sinistra, che “ha perso una formidabile occasione di cambiare il paese”, non verrà salvata da Matteo Renzi: “Non andrò a votare alle primarie. Dico che ridotti come siamo tanto vale provare con lui, ma manca qualcosa di profondo, mancano gesti di discontinuità unilaterali nei confronti del passato. Da lui non sono venuti, anzi, mostra una sorta di superiorità tollerante che è un brutto segnale per il futuro. Ma spero tanto di sbagliarmi”.

Anche il Movimento 5 stelle, “esploso in parte per l’incapacità della sinistra a dare risposte, sta fallendo”. Un fallimento che per Crainz “non è una buona notizia, perché rappresenta l’ennesima disillusione della possibilità di cambiare le cose”. Così, se da un lato “Berlusconi oggi politicamente è finito”, la questione di come liberarsi dai “miasmi” che, a detta del professore, ci avvolgeranno ancora a lungo rimane insoluta: “Anzi, sento un fortissimo senso di angoscia nel non poter dare risposta a questa domanda”.

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Renzi punta a Palazzo Chigi per interposto Nazareno

Puntare a Largo del Nazareno per arrivare a Palazzo Chigi. Questo il senso delle parole di Matteo Renzi in un’intervista pubblicata oggi dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. “La sfida più grande sarebbe certamente la posizione di premier e per questo diventa importante il partito – il virgolettato del sindaco di Firenze – Chi vince le primarie aperte dovrebbe essere il candidato a guidare il governo. Certo, non vorrei diventare capo del Pd per cambiare il partito, ma per cambiare l’Italia”.

Lo staff di Renzi spiega che sul piatto non ci sono le regole congressuali. Nessuna intenzione di ritornare all’automatismo tra segreteria di partito e candidatura alla premiership introdotto da Walter Veltroni. Una norma modificata da Pier Luigi Bersani per consentire la celebrazione delle ultime primarie, quelle alle quali corse e perse proprio l’ex rottamatore.

Il discorso è interamente politico. Renzi non ha nessuna intenzione di candidarsi alla segreteria del Partito democratico per fare l’amministratore della struttura, o per riformare la macchina Democratica. “La sua candidatura alle prossime primarie di partito o è funzionale alla guida del centrosinistra, o non ci sarà” spiegano fonti a lui vicine. La partita si gioca sul piano della sostanza. Formalmente l’unica condizione posta dal sindaco fiorentino è che la consultazione sia aperta a tutti. Per il resto, il discrimine saranno le condizioni politiche che si andranno a determinare da qui alla presentazione delle candidature, “perché Matteo alle regole non si impicca”, dicono i suoi uomini.

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