Chiude i battenti il festival di Roma

Quello di Roma è un festival che, per l’aspetto competitivo, è rimasto Festa. Ovvero è rimasto profondamente legato all’impostazione iniziale voluta da Veltroni: un mare di glamour, di paillettes e di flash, filmoni internazionali, magari non inediti, ma che potessero fare la felicità di grandi e piccini, poco interesse per il concorso. Tolto il glamour, tolte le star internazionali, sono rimasti film già visti nei quattro angoli del pianeta, spesso di scarso richiamo, ma anche un concorso di scarsissimo interesse. Questo per altro senza aver rinforzato come si deve la selezione ufficiale, che dovrebbe essere l’anima di ogni festival che si rispetti, relegando così la consegna delle statuette d’oro del Marc’Aurelio, dodici ufficiali e undici cosidette «collaterali», ad un sereno anonimato.

Continua qui.

Annunci

Ad Alemanno non piace la Festa del cinema

La giunta Alemanno, dopo un periodo d’incertezza iniziale, durante il quale le voci di un’imminente chiusura dell’evento si sono rincorse numerose, ha invece puntato decisamente sull’idea veltroniana. Ma la presidenza Rondi, che ha portato a termine la trasformazione della kermesse da festa dedicata al pubblico a vero e proprio festival, non sembra aver portato i propri frutti. Un dispiacere per il sindaco di Roma, che teneva particolarmente all’evento ottobrino, inquadrandolo nelle manifestazioni per i 140 anni di Roma capitale. Alemanno forse ne aveva sentore. Il giorno dell’inaugurazione, pur lodando il lavoro e l’impegno degli organizzatori, aveva infatti dichiarato che «con la regione Lazio e la Camera di Commercio di Roma bisognerà fare un ragionamento molto approfondito per vedere il futuro dopo questa edizione». La decisione di puntare meno sulle star internazionali per favorire pellicole sconosciute, unita a un generale aumento dei biglietti destinati al pubblico, non ha funzionato, anche alla luce di un cartellone veneziano di fronte alla ricchezza del quale non c’è stata storia.

Qualche altra cosa su questa ed altre storie, qui.


‘Namo a vedè li galletti

A Roma, una delle poche note positive del Festival è stato un certo risveglio del cinema francese.
A partire da Quartier Lontain, apertura di Alice nella città, in coproduzione con Belgio e Lussemburgo, passando per Les petits mouchoirs di Guillame Canet, che si contende la vittoria che verrà assegnata domani, arrivando fino a Carlos, il tormentato film di Assayas di cui si parla in queste pagine, il risveglio dei nostri cugini d’oltralpe è stata sicuramente una delle piacevoli sorprese di una manifestazione sulla quale oggi calerà il sipario.

Se ne parla un po’ qui.


Ultimi colpi di coda per il Festival di Roma

Si avvia stancamente verso la sua conclusione un’edizione del Festival di Roma decisamente sottotono.

Come? Lo potete leggere qui.


Poche idee ma confuse

Continua una traballante edizione del Festival del cinema di Roma.

Ha destato un certo scalpore e sconcerto quello che è avvenuto lunedì, nel corso della proiezione di The Social Network, ultimo, attesissimo film del regista di Fight club David Fincher, altro film uscito nelle sale statunitensi ormai da due settimane. La proiezione per la stampa, in una stracolma sala Petrassi, è avvenuta incredibilmente servendosi di una copia doppiata in italiano e del tutto priva di sottotitoli in inglese. Lungi dal voler assumere il ruolo dei puristi della visione in lingua originale, una proiezione senza il supporto, in qualsiasi forma, della lingua inglese, in un festival che ha la presunzione di definirsi «internazionale» è un avvenimento grottesco. Confuse le scuse della direttrice, Piera Detassis: «mi dispiace per quello che è avvenuto, è stata una decisione della Sony proiettarlo così. C’è stato un malinteso, non ci siamo capiti». Se sia stato un errore di comunicazione o una pretesa della produzione non è dato saperlo, né la direttrice ha fatto chiarezza su questo punto, fatto sta che l’organizzazione ha deciso di riproiettarlo in un orario immediatamente successivo, sovrapponendolo a proiezioni e conferenze stampa programmate da tempo. Risultato? Una manciata di persone in una sala quasi deserta.

Per sapere altro, clicca qui.


The Social Network. O di quel genio sfigato di Zuckerberg

È un film, parla di computer, ma il gadget è un buon vecchio bloc notes.

Fincher dipinge uno Zuckerberg particolarissimo, adattandogli un abito che induce lo spettatore ad allontanarsene a causa di una stazzonata e indolente antipatia, e allo stesso tempo a simpatizzare con un bizzarro stronzo, che si incanta immaginando stringhe di codici mentre viene apostrofato dal migliore amico, o risponde “sono sotto giuramento, le devo rispondere: no”, quando l’avvocato dell’accusa gli domanda se godeva della sua attenzione. E ne racconta le vicende a partire dagli aspetti controversi: la sua fama di nerd frustrato, costretto davanti allo schermo di un pc come pegno da pagare ad una comunità, quella della Harvard degli anni ’90, che quando va bene lo snobba e quando va male lo bastona; il suo rapporto conflittuale con amici e collaboratori, che non ama e dai quali non viene amato. Insomma, la storia di uno che “non sei stronzo, ma fai di tutto per esserlo”.


Litigate&lacrime

Pillole da festival: si litiga con Susanne Bier per il finale del suo film, necessario secondo lei, una schifezza secondo noi.
Poi si guarda con interesse Bhutto, documentario (semi)agiografico sulla defunta leader pakistana. Suggestivo vedere le lacrime del marito, oggi presidente del Paese, quando racconta della morte della moglie.


Pugni sullo stomaco

Sarà il freddo meno pungente, fatto sta che la seconda giornata del Festival di Roma scorre più piacevole. Landis, la Bier e Fanny Ardant le star della giornata.
Ma a colpire con un pugno sullo stomaco è il formidabile Animal Kingdom, vincitore al Sundance film festival.
Una rivisitazione in salsa australiana delle tematiche James Ellroy.

Per saperne di più, cliccate qui.


Freddo e contestazioni

Il freddo pungente e le proteste del movimento 100 autori segnano la prima giornata di uno scialbo Festival del cinema di Roma.
(Non) si segnalano, tra le altre cose, Eva Mendes e Keira Knightley che in un’ora di conferenza stampa riescono a non dire assolutamente nulla, Castellitto, presidente di giuria, che lotta e combatte insieme a chi gli manda in vacca l’esordio (“siamo solidali con chi manifesta”), un film d’esordio che è la versione triste di Sex & the City.

Per la versione seria di tutto ciò, cliccate qui.


L’ultimo dominatore dell’aria

“Shyamalan si presta – e i motivi sono ancora oscuri – ad una maldestra riduzione per il pubblico occidentale di una storia pensata, nata e cresciuta dalle parti di Tokyo. Che nella sua trasposizione non riesce ad assimilare i tratti delle pellicole nostrane, senza peraltro abbandonare quella smaccata caratterizzazione da manga orientale (da uno dei quali è d’altra parte tratto) che lo rende poco appetibile al pubblico nostrano. Ne esce fuori un pasticciaccio brutto, che non appassiona”.

Non vi basta? Leggete allora il resto qui.