Cosa è successo oggi tra Alfano e Berlusconi

Quando è arrivato a Roma in tarda mattinata Silvio Berlusconi covava già intenzioni bellicose. “Queste primarie non s’hanno da fare” è sempre stato il suo pensiero sull’argomento. Rinforzato dalla ridda di candidati improbabili che sono emersi nelle ultime settimane. Un pensiero con il quale è arrivato alla riunione con Angelino Alfano. Un summit funzionale a sciogliere il nodo politico fondamentale prima dell’incontro con il gotha del partito per mettere a punto le regole che dovrebbe avere luogo oggi alle 14.00. Il Cavaliere ha manifestato tutte le sue perplessità al segretario, arrivando ad utilizzare parole anche dure sul pervicace convincimento dell’ex Guardasigilli. Uno scontro che si è protratto per diverse ore nel corso del pomeriggio, e che ha messo a dura prova la pazienza di Alfano. Al punto da farlo sbottare. “Non solo non sostieni le primarie – sarebbe il sunto di quel che ha detto – ma lanci candidature per indebolirmi”. Il riferimento, a quanto pare, è stato in particolar modo a Giorgia Meloni e Gianpiero Samorì. Se quello del segretario è stato solo uno sfogo, d’altra parte offre il polso del clima di fuoco che si è respirato a Palazzo Grazioli. I cui echi sono rimbalzati a vertice ancora in corso, con Altero Matteoli che, a difesa del segretario, commentava laconico: «Quel Samorì è da mettere alla porta». Per un attimo il tavolo sembrava dover saltare. Ma alla fine Alfano ha convinto il Cav che un annullamento dei gazebo in questa fase avrebbe comportato la ridicolizzazione del partito.

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Berlusconi vuole l’accordo con Casini (e per questo diserta il vertice del Ppe)

Silvio Berlusconi oggi non sarà a Bucarest. Il Cavaliere ha deciso di disertare il vertice del Partito popolare europeo. È questa la voce che circola da qualche ora tra i più alti vertici di via dell’Umiltà, e che trova ad ora solo conferme a fronte di nessuna smentita. Quello del Cavaliere non sarebbe un colpo di testa. Né, come qualcuno aveva supposto nei primi istanti, una mossa polemica nei confronti di Angela Merkel, con la quale ormai da diversi mesi non corre buon sangue.

L’ex premier avrebbe deciso di lasciare la scena ad Angelino Alfano e a Franco Frattini, i due grandi tessitori di una possibile alleanza con l’Udc dopo che la Carta d’intenti delle primarie del centrosinistra sembra aver sbarrato a Pierferdinando Casini la possibilità di un’intesa con il Partito democratico.

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Lazio: c’era una Commissione di controllo delle spese

Come si legge chiaramente nell’Art. 70 dello Statuto della Regione Lazio, il Comitato regionale di controllo contabile, presieduto da Carlo Umberto Ponzo (Pd) e composto da Roberto Buonasorte (La Destra), Giovanni Loreto Colagrossi (Idv), Pino Palmieri (Lista Polverini) e Francesco Pasquali (Fli), doveva controllare e verificare l’adeguatezza delle spese e chiedere i riscontri.

Alcuni esponenti del gruppo consiliare del Pdl laziale in queste ore stanno puntando il dito sull’organismo regionale che avrebbe dovuto vigilare sugli sprechi che avrebbero perpetrato alcuni membri del consiglio. Sottolineando come nell’organo non ci fosse nessun consigliere azzurro. Un’anomalia facilmente spiegabile. Pasquali nel 2010 venne eletto nelle liste dei berluscones, salvo poi seguire Gianfranco Fini allorché diede vita a Fli «Sarebbe stato sufficiente chiedere, anche alla luce degli eventi che hanno coinvolto Franco Fiorito, le pezze di appoggio (fatture, ecc…) di tutti i gruppi, per evitare documenti fasulli, come sembra essere quello di Vincenzo Maruccio nel consuntivo di bilancio del suo gruppo», osservano alcuni. Molte sono le pressioni affinché il presidente dell’organo avvii immediatamente tutte le procedure per verificare se ci sono state delle inadempienze da parte dell’organo. Pronta la difesa dal gruppo consiliare del Partito democratico.

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“Mi si nota di più se mi divido, o se non mi divido?”

Ad osservare la caotica situazione nella quale versa il Popolo della libertà, è complicato riassumere le varie linee di divergenza che stanno squassando il partito. Negli ultimi giorni il quadro si sta indirizzando verso una semplificazione. E al netto del restyling del nome, della futura composizione della classe dirigente e dell’eventuale (ri)discesa in campo di Silvio Berlusconi, il dibattito interno vede confrontarsi due schieramenti prevalenti. Da un lato c’è chi, per diversi motivi, spinge per la scissione della creatura del predellino in più liste. È questa l’idea di Ignazio La Russa, per il quale una lista da affiancare alla destra del Pdl non solo consentirebbe agli ex-An in pericolo di rielezione di dormire sonni tranquilli, ma porterebbe anche un incremento percentuale dei voti del centrodestra. Sulla stessa linea Franco Frattini. Diverse le motivazioni: per l’ex ministro degli Esteri il Cavaliere dovrebbe pensare ad un nuovo soggetto politico moderato, che tragga ispirazione dal Partito popolare europeo. Ancora più radicale Giancarlo Galan: Berlusconi «regali» a qualcuno il partito, e rifondi Forza Italia, in una versione aggiornata al 2013.

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Breve guida al caos politico che ha portato al caso Fiorito

Scadute le ostriche e rottamati i suv, dello scandalo-Lazio rimarranno gli strascichi di quella che è nata, e proseguirà ancora a lungo, come una vera e propria faida politica. Protagonista il Pdl, che nel Lazio non è riuscito ad amalgamare ex-forzisti ed ex-aennini che, anzi, negli ultimi due anni hanno convissuto di malavoglia sotto lo stesso tetto. Il casus belli ha un nome e un cognome: Franco Fiorito. In quota An, è sempre stato considerato un battitore libero all’interno del partito, anche se la stampa politica locale gli ha spesso attribuito simpatie alemanniane. È stato eletto nel 2010 nella provincia di Frosinone, sommerso da una valanga di preferenze. Il più navigato Mario Abbruzzese si fermò a poco più di 22mila, Fiorito sfondò il numero delle 26mila. Fu l’anno del gran casino dell’esclusione della lista del Pdl a Roma. Molti maggiorenti della capitale furono accontentati con posti in giunta, a scapito dei rappresentanti ciociari.

Così, come compensazione, l’esperto Abbruzzese fu eletto alla presidenza del Consiglio regionale, mentre a Fiorito fu dato l’incarico di presiedere il gruppo. Senza una corrente che ne sostenesse l’azione, spalleggiato unicamente dal coordinatore regionale del partito, Vincenzo Piso (anche lui proveniente dalle fila di Alleanza nazionale), i malumori del gruppo nei suoi confronti si sarebbero manifestati fin dai primi mesi della consiliatura. Alimentati anche dalla gestione “allegra” dei fondi destinati al partito, della quale molti consiglieri si sarebbero accorti già nell’autunno del 2011. La poca solidità del sodalizio tra le due anime del partito ha reso difficile una mediazione. Arrivando a generare uno strappo: nove consiglieri del Pdl alla fine di luglio(sui diciassette di cui dispone il gruppo) hanno presentato alla presidenza una lettera in cui sfiduciano Fiorito e hanno indicato come capogruppo Francesco Battistoni. Sono Carlo De Romanis, Veronica Cappellaro, Andrea Bernaudo, Giancarlo Miele, Lillia D’Ottavi, Lidia Nobili, Gina Cetrone e Romolo Del Balzo, oltre lo stesso Battistoni. L’unico esponente di aerea forzista che non ha firmato il documento è Pier Ernesto Irmici, considerato molto vicino al capogruppo pidiellino alla Camera Fabrizio Cicchitto, che ha denunciato il «metodo irrituale» e le «motivazioni non chiare» della sfiducia. La prassi avrebbe voluto che il gruppo discutesse collegialmente sulla proposta di rimozione del capogruppo e sul suo eventuale successore. Ma i nove consiglieri hanno deciso di procedere con lo strappo.

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“Cinque grandi riforme. Niente meno”

Da qui a una settimana, L’Opinione riunirà alcuni esponenti del mondo della politica che condividono un approccio liberale sulla necessità di riformare, a prescindere dagli interessi particolari dei grandi partiti, cinque grandi settori del paese: le istituzioni, il fisco, il mercato del lavoro, gli Enti locali e il funzionamento della giustizia. “L’Agenda Italia” verrà discussa la mattina di sabato prossimo all’hotel Fiordigli di Fonte Cerreto di Assergi, in provincia de L’Aquila, da Antonio Martino, Giancarlo Galan, Enrico Morando, Giuseppe Moles, Nicola Rossi, Deborah Bergamini, Franco Debenedetti, Guido Crosetto e Roberto Cassinelli. Insieme a loro Marco Taradash, esponente radicale di lungo corso, oggi consigliere regionale del Pdl toscano. «Il problema principale del nostro paese concerne proprio le riforme, che consentano un cambiamento dell’etica pubblica» spiega Taradash. Che ritiene «si dovrebbe partire da una riforma del sistema dei partiti, che oggi vivono alle spalle dello stato, diventando gioco forza lottizzatori e generatori di clientele».

In che modo attuarla?
Introducendo le primarie per legge, ravvivando in questo modo il rapporto con gli elettori e il controllo che questi ultimi avrebbero sulla selezione della classe dirigente.

Ma se andiamo verso un sistema elettorale proporzionale…
Questo è un altro problema. A mio avviso il miglior sistema istituzionale adottabile sarebbe il semi-presidenzialismo alla francese, conferendo maggiori poteri formali e sostanziali al presidente della Repubblica. Ragionando in quest’ottica, va da sé che il sistema elettorale dovrebbe essere improntato su collegi uninominali, magari adottando il doppio turno. In questo modo, con le primarie, passeremmo da partiti fondati sulle oligarchie a raggruppamenti che devono necessariamente partire dagli elettori.

Una riforma radicale.
Dirò di più. Anche il sistema bicamerale va abolito, introducendo finalmente un Senato composto da rappresentanti degli Enti locali, come si è tanto discusso nei mesi passati.

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Renzi fa l’amerikano ma parla come un ciellino

Una cosa è certa. Il leader del Pd girerà con cravatta e maniche di camicia arrotolate fino al gomito. Dopo la campagna per il tesseramento di Pier Luigi Bersani, anche Matteo Renzi sceglie un look senza giacca per lanciare quella che descrive come «una candidatura per la guida dell’Italia». Non si tratta solo di sfidare il segretario per il controllo del partito, dunque. Il sindaco di Firenze imposta la propria come una sfida trasversale, che punta più a conquistare l’opinione pubblica che non a modificare gli assetti del Palazzo.

A Verona ha voluto un palco all’americana, privo di qualunque simbolo di partito, per un esordio impastato di un eloquio estraneo al patrimonio genetico del paese: richiami alla politica come amore per il paese in cui si vive, l’insistenza sul valore della famiglia e sulla sfida educativa che attende la sua generazione, il richiamo al capitale umano. Tutte parole chiave nel lessico della composita galassia di Comunione e Liberazione, forse non a caso sospettata di aver dato una mano a Renzi nel 2009, nelle primarie fiorentine che sancirono l’alba della traiettoria politica che lo ha portato ieri a Verona. Che Renzi voglia allargare la platea potenziale che potrebbe sostenerlo, non è un mistero.

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Deputato del Pdl spiega perché il Pdl con Monti ha sbagliato tutto

Sulla parete dietro la sua scrivania campeggia un poster de La compagnia dell’anello, il primo libro della trilogia di Tolkien Il signore degli anelli. Non una locandina del celebre film, ma una tempera di fine anni Settanta. Marco Marsilio, deputato del Pdl vicino all’ex ministro Giorgia Meloni, Ci accoglie con una polo blu, giochicchiando con una pallina antistress di gomma del tutto particolare: ha la forma di un elmetto da cantiere, come quelli diventati noti per i servizi televisivi sui minatori del Sulcis. «Una delle ragione della perdita di appeal del nostro partito – spiega Marsilio – è la distanza siderale che si è venuta a creare tra il gruppo dirigente e la base sociale che ci ha sempre sostenuto. Una distanza che si è acuita con il sostegno al governo dei tecnici».

Appoggiare Monti è stato un errore?
Di sicuro abbiamo avuto molte difficoltà a far capire ai nostri elettori il perché dell’appoggio al nuovo esecutivo.

Lei è stato critico fin dall’inizio.
Io questo governo non l’avrei nemmeno fatto nascere. Nel nostro partito molti, la maggioranza, ha ritenuto opportuno sostenerlo. Ero al contrario tra quelli che volevano andare al voto subito, per dare al paese una guida che fosse determinata dalle scelte del corpo elettorale. Come è noto, la mia è stata una posizione che nelle sedi di discussione del partito è andata in minoranza, e per disciplina mi sono adeguato.

Una decisione sofferta?
Rispetto le regole, non mi spaventano le decisioni assunte fuori da incontri riservati e conciliaboli ma alla luce del sole. In quell’occasione gli organi decisionali del partito funzionarono in modo trasparente. Da quando si è insediato, ho votato tutte le fiducie che sono state sottoposte alla Camera.

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Che fa Renata Polverini?

La presa di distanze sembra ormai netta. Con un’intervista concessa ieri al Corriere della Sera, Renata Polverini contraddice esplicitamente la linea del segretario politico del Pdl, Angelino Alfano. Mentre l’ex Guardasigilli ha apertamente comunicato l’indisponibilità del proprio partito a sostenere un secondo incarico di Mario Monti a Palazzo Chigi, il presidente della regione Lazio si è dimostrata assai più possibilista: «È il momento di un governo politico» ha dichiarato Polverini, aggiungendo però «che potrebbe essere guidato da Monti».

Un vero e proprio sgarbo nei confronti della dirigenza del Pdl, che sta tentando di raggiungere una posizione univoca in vista della prossima campagna elettorale che si preannuncia assai insidiosa per le truppe azzurre. Probabilmente non è un caso che Polverini sia stata tra i pochissimi dirigenti di primo piano del Pdl a omaggiare con la propria presenza la convention di Chianciano dell’Udc. La quale, oltre al restyling del simbolo con lo scudocrociato, è stata anche la piattaforma di lancio per un partito di centro che punta a inglobare alcuni dei ministri tecnici attualmente in carica.

Il governatore ha così spiegato la sua presenza nella cittadina del senese: «Sono qui – ha detto ai giornalisti che la incalzavano – perché l’Udc è nella mia coalizione (alla Pisana n.d.r.) e mi sembrava giusto venire ad ascoltare». L’ex leader dell’Ugl ha inoltre ribaltato il punto di vista di tutti quei colleghi che temono che i centristi abbiano l’obiettivo di dare vita a un nuovo esecutivo tecnico anche dopo le elezioni: «L’azione dell’Udc può creare le condizioni per tornare a un governo politico», è il ragionamento di Polverini. Che ha poi rivolto un esplicito endorsement al progetto di Casini: «Il suo sostegno al governo può dare un’opportunità a molti che non si ritrovano negli schemi tradizionali, di centrodestra o di centrosinistra».

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Il capo dei Formattatori: “Cambiamo o si rischia lo sfascio”

«Nella nostra convention dello scorso maggio avevamo ottenuto un risultato molto importante: la promessa di Angelino Alfano di tenere le primarie nel partito. Due settimane dopo era arrivata la ratifica anche dal consiglio di presidenza. Poi l’intenzione di Silvio Berlusconi di ricandidarsi ha interrotto quel processo». È realista Alessandro Cattaneo, trentenne sindaco di Pavia e tra i principali animatori di Formattiamo il Pdl. Il movimento, che ha chiesto a gran voce negli scorsi mesi un ricambio della classe dirigente del partito, ha subito un brusco stop con la nuova discesa in campo del Cavaliere. Anche se, ammette Cattaneo, «è logico che se Berlusconi decide di tornare a competere per Palazzo Chigi, la prospettiva delle primarie diventa ridondante».

Si aspettava qualcosa di diverso?
Di certo è stata una scelta che ha portato un rallentamento eccessivo del dibattito interno al partito.

Ma nelle pagelle che avete dedicato ai vostri dirigenti, gli avete assegnato un dieci…
Di certo la sua è stata una mossa che ha spiazzato tutti. È riuscito a formattare anche i formattatori!

Ma ha interrotto la fase di rinnovamento?
Ci aspettavamo più che altro una scelta diversa da parte del partito. Le primarie, per esempio, sono uno strumento che si sarebbe dovuto utilizzare a prescindere. Magari per la formazione delle liste elettorali per le elezioni politiche, di sicuro per le amministrazioni locali. Non farle in Sicilia è stato un errore.

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