Il demoniaco rovesciamento delle regole

“Guerriglia”. Si è da poco chiusa la riunione della giunta del Regolamento che ha stabilito che la non convalida dell’elezione di Silvio Berlusconi avverrà con un voto palese, e già tra i senatori del Pdl la parola inizia a girare senza mezzi termini. L’obiettivo della rappresaglia degli azzurri ha un nome e un cognome: Pietro Grasso.

Testuale: “Il presidente del Senato stavolta si è spinto troppo oltre. Ha avallato un abominio giuridico sulla pelle del Cavaliere. Questa volta non gliela faremo passare liscia”. La rabbia degli azzurri è evidente già nelle parole scandite per mettere all’indice l’ex magistrato. In chiaro è Lucio Malan a usare un lessico da classico dell’horror: “È una cosa che grida vendetta, un colpo di stato, un demoniaco rovesciamento del significato delle regole”. Di “gravità inaudita” delle mosse di Grasso parla il Mattinale, il bollettino stilato giornalemnte da piazza san Lorenzo in Lucina, uscito in edizione speciale.

Il telefono di Renato Schifani è bollente. Berlusconi non ha digerito lo schiaffo che è arrivato dalla giunta, e il capogruppo del Pdl è sotto pressione. Martedì, assicura ai suoi, alla ripresa dei lavori dell’aula, si alzerà e rivolgerà un violento j’accuse alla seconda carica dello stato. “E la guerriglia continuerà nei giorni successivi in termini che dobbiamo ancora valutare”, confida un autorevolissimo consigliere del Cav.

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C’è un “caso Sicilia” nel Pdl?

Quattro più uno. Sono gli uomini che hanno fatto outing. Tutti del Sud, tutti usando lo stesso refrain: «Stia attento il Cavaliere a staccare la spina al governo di Enrico Letta, non è scontato che si vada al voto». Tolto Paolo Naccarato – senatore calabrese eletto con la Lega in quota Giulio Tremonti (quest’ultimo, riferiscono fonti informate, ha avuto più di un contatto con il premier nelle ultime ore) – tutti gli altri sono esponenti del Pdl accomunati da un comun denominatore: la Sicilia. Uno è un sottosegretario al ministero dell’Ambiente, già presidente dell’Unione delle Province, Giuseppe Castiglione. Gli altri sono tutti e tre senatori: Salvo Torrisi, Pippo Pagano e Francesco Scoma. Uomini di Castiglione i primi due, molto vicino a Renato Schifani il terzo.

In ambienti azzurri circolano due diverse chiavi di lettura. La prima parla di peones che, in vista di una possibile crisi di governo, provano ad alzare la voce per fissare un “prezzo” alla propria fedeltà. La seconda è quella che più preoccupa Arcore. E racconta di una mossa del capogruppo dei senatori pidiellini per orientare il dibattito interno al partito e frenare la china di un Cavaliere sempre più orientato ad andare ad elezioni. «Non garantisco sulla tenuta del gruppo a palazzo Madama», avrebbe detto l’ex presidente del senato al Cavaliere. «Guarda un po’: l’altro ieri Renato diceva una cosa del genere e oggi [ieri, n.d.r.] i suoi se ne escono con una lunga teoria di dichiarazioni, per di più suRepubblica», osserva maligno un colonnello berlusconiano.

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L’ammuina del Pdl (fino alla sentenza della Cassazione)

«Se Berlusconi fosse condannato all’interdizione dai pubblici uffici, sarebbe molto difficile che un Pdl acefalo del suo leader possa proseguire l’esperienza del governo Letta». È Renato Schifani a mettere la palla in campo. Il calcio glielo dà il collega Lucio Malan: «È ovvio che se il Cavaliere venisse dichiarato ineleggibile con un voto determinante del Pd, che è l’altro pilastro della maggioranza, in quel caso faremmo cadere l’esecutivo». Il primo parla della sentenza della Cassazione sul processo Mediaset, attesa fra un paio di settimane, il secondo della questione dell’ineleggibilità arrivata ieri alla giunta per le autorizzazioni.

Due partite diverse che si disputano sullo stesso terreno di gioco. La questione è sempre la stessa: il futuro di palazzo Chigi è indissolubilmente legato al destino di un cavaliere, anzi, del Cavaliere. Anche perché nel frattempo un’ala del Pd è in subbuglio. «Il rispetto della legge non può essere subordinato ad una valutazione politica», spiega la senatrice dem Stefania Pezzopane. Come a dire: se il governo cadesse a prezzo di una pietra tombale sulla vita politica di Berlusconi tanto meglio. Al punto che per tutta la giornata si sono susseguite le voci di un fitto lavorio da parte dei senatori di largo del Nazareno nei confronti dei colleghi del Movimento 5 Stelle: «Se Berlusconi fa il pazzo e stacca la spina – il concetto portato avanti – dobbiamo salvare il paese dalle ripercussioni che potrebbe avere un ritorno alle urne, ne sarete responsabili».

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