“Apriamo una trattativa con Renzi sulla legge elettorale, così massacriamo Alfano”

«Apriamo una trattativa con Renzi sulla legge elettorale, così massacriamo Alfano». Questo in sintesi il pensiero confidato alla war room di palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi, deciso a sfruttare la mano tesa del nuovo segretario del Pd. E, come il leader democratico, il Cavaliere non ha un modello di riferimento in testa, ma un obiettivo: tornare al bipolarismo, subito. Con un corollario: non rendere determinante il Nuovo centrodestra.

Una strada che, da qualunque lato la si osservi, presenta incognite.

Perché con il Mattarellum Forza Italia potrebbe avere il bisogno di coalizzarsi subito con le truppe dell’ex delfino, trattando però sulle candidature da una posizione di forza. In caso di doppio turno, al contrario, Berlusconi potrebbe tentare la cavalcata in solitaria, vedendosi poi comunque costretto a scendere a Canossa al ballottaggio qualora la percentuale ottenuta dal vicepremier fosse determinante.

C’è poi l’ipotesi di un sistema spagnolo, ma non convince fino in fondo: potrebbe determinare comunque un parlamento tripolare. Senza contare che le liste bloccate (anche se in collegi molto piccoli) potrebbero avere tracce d’incostituzionalità. Tra le pieghe delle considerazioni degli strateghi azzurri ci sono due dati di fatto.

Continua su Europa.


Claudio Borghi a pranzo con Berlusconi che vuole “capire come uscire dall’euro”

È il fumo del sigaro di Bossi ad indicare la pista che porta alla nuova strategia grillina e protestataria di Berlusconi, in vista del gran falò delle Europee. Il Senatùr è in sala fumatori, a Montecitorio, ignaro del cronista che passa. Davanti a lui, seduto su un tavolino, gomiti sulle ginocchia, Giancarlo Giorgetti, l’eminenza grigia del Carroccio. Alla sua sinistra Matteo Salvini, neo segretario delle truppe in cravatta verde, a Roma nel giorno della fiducia al governo Letta. Sigaro mai spento, Bossi ascolta il racconto del neosegretario Salvini: “Ho sentito Borghi. Mi ha detto che è andato a pranzo con Berlusconi, Ghedini e qualcun altro. Volevano farsi spiegare come si esce dall”euro…”.

Nessuno si mostra particolarmente colpito. Né i presenti né l’assente, ovvero Claudio Borghi. Uno che sui mali dell’euro è diventato famoso nei salotti televisivi. E che proprio con Salvini, ha partecipato un paio di settimane fa ad un convegno dal titolo inequivocabile: “No euro day”. Raggiunto telefonicamente dall’HuffPost non smentisce affatto. Prima un “no comment”. Poi una mezza conferma: “Mi dispiace, ma di questo argomento non voglio parlare”. Già, non voglio parlare. Né fonti affidabili vicine al Cavaliere sono a conoscenza di un incontro che appare riservato. E si limitano a dire che, certamente, Berlusconi di incontri ne fa tanti, e che magari avrà anche parlato con uno che teorizza l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, ma che da qui a prendere sul serio la cosa ce ne passa. E che un conto è una linea critica sull’Euro, sui burocrati di Bruxelles un conto è proporre l’uscita dell’Italia dall’euro.

Continua sull’Huffingtonpost.


Dalla “decadenza del Cavaliere” alla “decadenza da cavaliere”

Decaduto da senatore, decaduto da Cavaliere? Il punto interrogativo è d’obbligo, ma è più di un’ipotesi. La palla, nemmeno a dirlo, è tutta in mano al Pd. Perché, a norma di legge, dovrebbe essere il ministro dello Sviluppo economico ad istruire la pratica, e il presidente della Repubblica a suggellare la decisione. Sempre che la perdita del cavalierato non avvenga come effetto automatico della legge.

Ma andiamo con ordine. Secondo una legge del 1986, incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito che se ne renda indegno. E, a leggere tra i requisiti necessari per ottenere il titolo, Berlusconi proprio degno non sembrerebbe. Si legge, tra le altre cose, che un Cavaliere del lavoro deve “aver ottenuto una specchiata condotta civile e sociale”, ma soprattutto che “non deve aver svolto né in Italia, né all’estero attività economiche e commerciali lesive dell’economia nazionale”. Cosa che non si può certo dire per un condannato per frode fiscale.

La questione è già arrivata in Parlamento, tramite un’interrogazione presentata da un deputato di Sel due settimane prima della decadenza. “La legge – scrive Erasmo Palazzotto – dispone che, in caso di indegnità dell’insignito, previo parere del consiglio dell’Ordine cavalleresco al merito del lavoro e su proposta motivata del ministro competente, la revoca è disposta con decreto del presidente della Repubblica”. E chiede se Flavio Zanonato, titolare del dicastero di riferimento, non ritenga che sussistano le condizioni “per presentare una proposta motivata per la revoca dell’onorificenza di cavaliere del lavoro nei confronti di Silvio Berlusconi”.

Continua sull’Huffingtonpost.


“Rimarremo a lungo nei miasmi del berlusconismo. E non sarà Renzi a salvarci”

“Dopo lo sfiancante processo di degenerazione avvenuto nel ventennio berlusconiano, sarà necessaria una ricostruzione di lunghissimo periodo”. Guido Crainz, professore di storia contemporanea che di questi ultimi due decenni ha scritto un bilancio – il cui titolo, “Diario di un naufragio”, è tutto un programma – parte da una constatazione. Ma su chi e in che modo potrà tirare fuori l’Italia dalle secche su cui si è arenata la vede nera: “Disse Sandro Viola che quando Berlusconi sarebbe caduto non saremo stati avvolti in un’aria pulita, ma in dei miasmi. Lo disse nel ’94, e fu profetico. Quest’aria malsana ci avvolgerà a lungo”.

Il Nuovo centrodestra “lo è solo nel nome, perché non si pensi che Angelino Alfano sia un omonimo di quello che firmò il lodo, o che la novità si possa chiamare Formigoni o Sacconi”. E la sinistra, che “ha perso una formidabile occasione di cambiare il paese”, non verrà salvata da Matteo Renzi: “Non andrò a votare alle primarie. Dico che ridotti come siamo tanto vale provare con lui, ma manca qualcosa di profondo, mancano gesti di discontinuità unilaterali nei confronti del passato. Da lui non sono venuti, anzi, mostra una sorta di superiorità tollerante che è un brutto segnale per il futuro. Ma spero tanto di sbagliarmi”.

Anche il Movimento 5 stelle, “esploso in parte per l’incapacità della sinistra a dare risposte, sta fallendo”. Un fallimento che per Crainz “non è una buona notizia, perché rappresenta l’ennesima disillusione della possibilità di cambiare le cose”. Così, se da un lato “Berlusconi oggi politicamente è finito”, la questione di come liberarsi dai “miasmi” che, a detta del professore, ci avvolgeranno ancora a lungo rimane insoluta: “Anzi, sento un fortissimo senso di angoscia nel non poter dare risposta a questa domanda”.

Continua sull’Huffingtonpost.


Cosa dice al momento il calendario del Senato

Senato della repubblica, mercoledì 27 ottobre, ore 9.30. Questi luogo data e ora del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Almeno per il momento. È quanto risulta secondo il calendario dei lavori di Palazzo Madama. Al netto di eventuali modifiche dell’ultim’ora che potranno essere determinate dalla conferenza dei capigruppo fissata per martedì mattina alle 9.00.

Sull’Huffingtonpost il documento del calendario del Senato.


Domani mattina, al Senato, ne vedremo delle belle

Allarme rosso. A Palazzo Madama la tensione è palpabile. La notizia si sparge velocemente, ed è il viceministro all’Economia Stefano Fassina a confermarla: “Entro sabato la Commissione non riuscirà a chiudere il lavoro sulla legge di stabilità”. Sul calendario è cerchiata la data del 27 novembre, il giorno in cui in calendario è stato fissato il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi.

Ma, quando fu definita la data, si pensava di aver già archiviato il primo passaggio in aula della manovra. Licenziarla entro martedì sera a questo punto diventa difficile. A meno che il governo non ponga da subito la fiducia sul testo, e a patto che quest’ultimo arrivi non più tardi di lunedì nell’emiciclo. Così, in tutta fretta, è stata convocata per domani mattina una capigruppo per ridiscutere il calendario.

Che la riunione non produrrà alcun esito concreto è un dato già assodato. Senza l’unanimità, sarà l’aula a dover decidere. Così i telefonini dei senatori del Pd iniziano a trillare. Viene diramato un sms che suona più o meno così: “Domani necessaria presenza in aula ore 9.30 per voto su calendario. Richiesto numero legale”. Già, perché dalla presidenza del gruppo dem non ci si sposta di un millimetro: “Il 27 la decadenza del Cavaliere rimarrà in calendario, legge di stabilità approvata o meno”. Una ridotta subito presa d’assalto dai forzisti: “Se slitta la finanziaria, deve slittare anche il voto su Silvio” è la posizione emersa in un vertice pomeridiano delle truppe lealiste.

Continua sull’Huffingtonpost.


“Berlusconi può anche fare ricorso alla costellazione di Andromeda, ma il 27 si vota”

Enrico Letta sappia che quel voto sancirà la fine delle larghe intese, e gli resteranno, forse!, quelle piccole”. Le parole del Mattinale, il bollettino giornaliero diffuso dal gruppo parlamentare di Forza Italia, dicono due cose. In primo luogo sanciscono, attraverso l’annuncio della guerra, l’ineluttabilità del pronunciamento dell’Aula sulla decadenza di Silvio Berlusconi il prossimo 27 novembre, come anche confermato oggi dalla conferenza dei capigruppo in Senato. In secondo, segnalano che il nuovo partito del Cavaliere non ha ancora gettato la spugna, e le tenterà tutte per salvare il proprio leader.

La strada è stretta, se non definitivamente ostruita. L’asso nella manica potrebbe celarsi nel fitto lavorio dei legali del Cav intorno all’ipotesi della revisione del processo. “Se presentiamo l’istanza prima di quella data – ragionano dalle parti di Palazzo Grazioli – e forniamo nuovi elementi, il Senato non potrà non bloccare il procedimento, in attesa della ridiscussione della sentenza”. Il legame tra le decisioni di Palazzo Madama e la battaglia legale intorno alla posizione del leader azzurro è tuttavia meramente politico. “Non c’è nessun vincolo tra le due cose – spiega Stefano Ceccanti – sarà il Parlamento a dover valutare se sussiste un fatto nuovo tale da portare ad una sospensione del pronunciamento dell’aula”.

Continua sull’Huffingtonpost.


Bye bye Silvio

Quattro minuti di applausi quattro. Cinquemila persone che come un solo uomo intonavano cori come “Chi non salta comunista è”, “C’è solo un presidente”, “Silvio, Silvio, Silvio”. Silvio Berlusconi, maglioncino sulle spalle sopra una maglietta nera, fendeva sorridente le due ali di folla, scortato da Roberto Formigoni (di lì a poco con lui sul palco) e Mario Mauro. Aveva la febbre, ma aveva voluto esserci lo stesso.

Era l’estate del 2006, e il Cavaliere interveniva al Meeting di Rimini. Davanti alla folla adorante pronunciò parole che, rilette sette anni dopo, suonano come una oscura profezia: “Quello che i nostri elettori hanno chiarissimo è che non ci devono essere, nella nostra coalizione, forze che vanno per conto loro, tanto meno che vanno a dare una mano all’altra parte” (qui il discorso integrale). Com’è andata a finire, è storia di questi anni (leggi Gianfranco Fini) e di questi giorni (sotto la voce Angelino Alfano).

E in queste ore è consumata un’altra rottura nella rottura. Quella tra il modo di Comunione e liberazione e il leader che i ciellini avevano seguito a partire dal 1994. Tutto nel momento di maggior spolvero per gli uomini di don Giussani, per la prima volta nella loro storia forti di due ministri (Mario Mauro e Maurizio Lupi) e un sottosegretario (Gabriele Toccafondi), dopo la fugace presenza di Elena Ugolini (con Mario Monti sottosegretaria all’Istruzione).

La slavina era iniziata a febbraio. Uno dei due dioscuri che avevano solcato accanto a Berlusconi l’auditorium della fiera di Rimini ha fatto armi e bagagli per passare con il professore.

Continua sull’Huffingtonpost.


“La decadenza del Cav non slitterà a causa della manovra”, dice il relatore del Pdl

“No, no. Non so più come dirlo: la decadenza di Silvio Berlusconi non slitterà”. È perentorio Luigi Zanda, raggiunto al telefono, quando gli si fanno presenti i timori, diffusisi in queste ore, che il voto sul Cavaliere venga rimandato a causa del rinvio dell’approvazione della legge di stabilità. È stato Antonio Azzollini a far drizzare le antenne nel primo pomeriggio. Il presidente della commissione del Bilancio di Palazzo Madama aveva sparso pessimismo a piene mani: “La legge di Stabilità non arriverà in aula al Senato lunedì”.

Subito la mente è andata ad un tentativo di dilazione dei tempi da parte del Pdl. Ma fonti democratiche del Senato smentiscono: “No, lavorano a pieno regime anche loro, se stanno portando tentativi ostruzionistici sono molto bravi, perché non ce ne stiamo accorgendo”. A sminare il campo ci pensa Antonio D’Alì, relatore della manovra per conto del Pdl: “La decadenza non verrà procrastinata a causa della legge di stabilità – spiega netto ad Huffpost – Stiamo procedendo in commissione affinché in Aula il lavoro sia rapido e veloce. Al massimo lo slittamento potrà essere di uno o due giorni”. E, spiegano i tecnici di via del Nazareno, dal momento in cui arriverà in Aula basteranno 48 ore, anche meno, per arrivare al voto finale”

Continua sull’Huffingtonpost.


“Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce”

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce». Ecce colombo, parafrasando Nanni Moretti. La questione che lacera le truppe di Angelino Alfano è tutta qui.

Tutta nelle parole del regista che inveì a piazza Navona: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Che poi è lo stesso timore che sta balenando in queste ore nella mente del segretario azzurro. Perché da palazzo Grazioli l’indicazione è chiara: «Fuori Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Roberto Formigoni, ma Angelino deve rimanere». Silvio Berlusconi è asserragliato con i suoi. Dovunque si trovi, sia ad Arcore che a Roma, è circondato ormai solo con il suo inner circle.

A nord incontra freneticamente i figli, i legali, i manager delle aziende. Nella Capitale è un continuo via vai di falchi. Perché l’obiettivo è uno: spaccare le colombe.

«Non possiamo permetterci di allontanare Alfano – ragionava ieri un uomo vicino al presidente – Silvio stesso vede ancora in lui il suo erede. Ma lui non può restare volendo dettare le condizioni». Così il lavorio per sgranare le truppe governiste è incessante, nonostante ancora una volta i megafoni (leggi Mariarosaria Rossi, parlino di costante «ricerca di unità»). E ha colto di sorpresa lo stesso Alfano, impegnato a tenere insieme quella cinquantina di parlamentari a lui fedeli.

Continua su Europa.