Guerra fredda (per ora) sulla legge di stabilità

Non è nemmeno l’ora di pranzo di una sonnacchiosa domenica di novembre quando arriva un inusuale comunicato del Tesoro. L’estensore spiega che stato vergato “in merito alle valutazioni espresse da osservatori e commentatori sull’impatto fiscale della manovra”. Ma l’irritualità di una nota domenicale fa pensare subito ad altro. Fabrizio Saccomanni ha preventivamente indirizzato le proprie bocche di fuoco in direzione di piazza San Lorenzo in Lucina. L’obiettivo è quello non di colpire la neonata Forza Italia, ma di respingere sul nascere il cannoneggiamento che sta iniziando da parte dei colonnelli azzurri.

In settimana Enrico Letta ha incontrato la triade composta da Angelino Alfano, Renato Brunetta e Renato Schifani. I quali a Palazzo Chigi hanno fatto capire che, in vista del possibile big-bang della decadenza di Silvio Berlusconi, il terreno della legge di stabilità è irto di insidie. È quello il campo dove il Pdl potrebbe far inciampare il governo dopo l’estromissione del Cavaliere dalle aule parlamentari, ed è quella la partita dove gli uomini di Silvio alzeranno i toni.

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Il Pdl “salva” la Cancellieri. Il Pd? Dipende dalla mozione congressuale

A due giorni dallo shwdonwn in aula, il ministro Cancellieri è blindato dal Pdl. A un’occhiata superficiale è un primo paradosso. Berlusconi che ha cercato di aprire la crisi sulla giustizia, non è interessato a calcare la mano nello specifico. Perché? La risposta è duplice. Uno. Il caso Fonsai viene utilizzato a meri fini propagandistici, e il refrain è “due pesi due misure”: a due telefonate ‘uguali’ – il Cav su Ruby il ministro su Giulia Ligresti – libertarie, producono effetti diversi. Due. Meglio non a scavare nei legami tra Berlusconi e don Salvatore Ligresti. Tutto questo produce un paradosso di rilfesso nel Pd, che è costretto per tenere la base ad attaccare un ministro di sua area e probabilmente non potrà tirarsi indietro al momento della votazione della mozione di sfiducia M5s. Insomma, l’effetto di questo duplice paradosso è che martedì si profila una giornata dall’esito tut’altro che scontato. Ma andiamo con ordine.

Il Pdl alza le barricate, il Pd mantiene un imbarazzato silenzio-assenso nei confronti delle posizioni dell’alleato. Sono i falchi azzurri a disinnescare la ‘bomba’ di Anna Maria Cancellieri, che rischiava di terremotare già da oggi il governo alle prese con gli spinosi casi della legge di stabilità e della decadenza di Silvio Berlusconi. Se su questi ultimi due fronti i lealisti del Pdl sono pronti a dichiarare guerra (anche se, dietro le minacce dei colonnelli berlusconiani. Palazzo Chigi ha subodorato il bluff), l’occasione di sfruttare le imbarazzanti telefonate del ministro della Giustizia sembra destinata a cadere nel vuoto.

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Il demoniaco rovesciamento delle regole

“Guerriglia”. Si è da poco chiusa la riunione della giunta del Regolamento che ha stabilito che la non convalida dell’elezione di Silvio Berlusconi avverrà con un voto palese, e già tra i senatori del Pdl la parola inizia a girare senza mezzi termini. L’obiettivo della rappresaglia degli azzurri ha un nome e un cognome: Pietro Grasso.

Testuale: “Il presidente del Senato stavolta si è spinto troppo oltre. Ha avallato un abominio giuridico sulla pelle del Cavaliere. Questa volta non gliela faremo passare liscia”. La rabbia degli azzurri è evidente già nelle parole scandite per mettere all’indice l’ex magistrato. In chiaro è Lucio Malan a usare un lessico da classico dell’horror: “È una cosa che grida vendetta, un colpo di stato, un demoniaco rovesciamento del significato delle regole”. Di “gravità inaudita” delle mosse di Grasso parla il Mattinale, il bollettino stilato giornalemnte da piazza san Lorenzo in Lucina, uscito in edizione speciale.

Il telefono di Renato Schifani è bollente. Berlusconi non ha digerito lo schiaffo che è arrivato dalla giunta, e il capogruppo del Pdl è sotto pressione. Martedì, assicura ai suoi, alla ripresa dei lavori dell’aula, si alzerà e rivolgerà un violento j’accuse alla seconda carica dello stato. “E la guerriglia continuerà nei giorni successivi in termini che dobbiamo ancora valutare”, confida un autorevolissimo consigliere del Cav.

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L’uno-due tra Grillo e il M5s per prendere in contropiede il Pd

“Presidente mi dispiace ma su questo non ci stiamo”. Paola Taverna gela Pietro Grasso. Sono le 13.00, conferenza dei capigruppo del Senato, è stata appena avanzata una proposta sui lavori dell’aula fino al 22 novembre. La senatrice grillina la compulsa, non trova traccia del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. “Aspettiamo che la giunta del Regolamento si esprima su come votare – le risponde Grasso – poi convocheremo celermente una nuova capigruppo per fissarla”. Ma il Movimento 5 stelle non ci sta: “Non ha senso – ragionerà poi Taverna – fissare la capigruppo oggi alle 13.00 quando la giunta si riuniva alle 15.00. Tanto valeva aspettare che si pronunciasse. D’altronde la modalità di voto non è vincolante per la calendarizzazione”.

Così, al momento del voto, la mano della stellata non si alza. Senza unanimità, dovrà essere l’aula ad esprimersi. Una mossa tattica. Nel pomeriggio Beppe Grillo, che aveva trascorso la mattinata alla Camera, tornerà a Palazzo Madama. Quale momento migliore per farlo assistere ad una seduta dell’aula? Così, quando alle 17.30 Roberto Calderoli dà avvio alla seduta scampanellando dal banco della presidenza, Taverna prende la parola: Gli italiani onesti chiedono che venga rispettata la legge Severino che prevede il voto immediato sulla decadenza. È già passato un mese e la politica ha dato un mese di tempo al pregiudicato Berlusconi. Sono così continuate tensioni e attacchi alle istituzioni del nostro paese”. Poi scandisce: “Si voti il 5 novembre”.

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Il rinvio a giudizio del Cav e l’imbarazzo del Pd

Era il 12 luglio scorso, e Guglielmo Epifani intervenendo sull’eventuale condanna per i diritti tv, scandiva: “Bisogna distinguere le condanne personali dal fatto che quel partito ha preso otto milioni di voti. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, il processo che pone a noi i problemi maggiori è quello di Napoli. Se si accerta che ha comprato i nostri per far cadere Prodi…”.

Oggi la linea del Pd ha virato di 360 gradi, e nel partito è quasi unanime: “Il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi non avrà influenza sul governo”. La stessa di Angelino Alfano, che, del tutto casualmente, è il segretario del Pdl. Già, perché le mosse della magistratura partenopea, che indaga sulla compravendita dei senatori all’epoca del governo Prodi, creano un grande imbarazzo dalle parti di via del Nazareno. Ma nessuno ha il coraggio di forzare la mano, anche se di fronte ad un’accusa che punta al cuore del processo democratico del nostro paese. “Il Cavaliere già lo conoscevamo – è il refrain che ripetono instancabilmente i democratici – non è un rinvio a giudizio in più o in meno che ci può far cambiare opinione. Il nostro stare al governo con lui è frutto della necessità e della nostra volontà di aiutare il paese”.

E poco importa che il Cav sia stato accusato di aver letteralmente comprato il voto di avversari politici per cambiare la sorte di una legislatura. Così come poco importa che lo stesso segretario democratico abbia più volte preconizzato quella della magistratura partenopea come la vera decisione che avrebbe potuto creare un serio problema per la sopravvivenza dell’esecutivo.

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Che c’entra Berlusconi con Ballard?

L’incubo peggiore si sta materializzando. Tutti i tasselli, uno ad uno, con pazienza, stanno componendo quel mosaico che Silvio Berlusconi temeva più di tutti. «Se mi fanno decadere da senatore – ragionava in estate con il suo inner circle – la magistratura mi salterà al collo. Fra qualche mese arriva la sentenza Ruby, e poi c’è Napoli». Napoli, già. È dal capoluogo partenopeo che soffiano i venti più mefitici a sentire i colonnelli del Pdl.

Il timore, confessato a microfoni spenti, è sempre stato uno: «Silvio perde il seggio e le relative garanzie e zac! Un ordine di custodia cautelare non glielo leva nessuno». Il carcere, il sommarsi di anni e anni di condanna: il Cavaliere annusa l’aria, capisce che potrebbe essere travolto da una slavina giuridico-politica che ne potrebbe decretare, questa volta sì, la fine politica.

Ieri il primo passo: il leader azzurro è stato rinviato a giudizio per le accuse mossegli dal reo confesso Sergio De Gregorio, ex Idv passato nelle file dell’allora minoranza che osteggiava il governo di Romano Prodi, contribuendo a farlo cadere. Tre milioni tondi tondi sarebbero quelli scuciti dagli intermediari del Cav per “comprare” il voto dell’allora senatore. E nulla è valsa la strenua difesa di Valter Lavitola, che ha ammesso di aver consegnato consistenti somme di denaro a Sergio De Gregorio, spiegando, però soldi provenivano dal finanziamento al suo quotidiano, L’Avanti, dei quali entrambi erano soci, e che parte del denaro era stato in precedenza prestato da De Gregorio allo stesso Lavitola («Una partita di giro», per usare le sue parole).

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A carte scoperte

Fumata nera. La Giunta del regolamento del Senato rinvia al 29 ottobre la decisione su come si dovrà celebrare il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. I tempi della trasmissione della relazione sulla non convalida di Dario Stefano alla presidenza di Palazzo Madama ormai si colloca sullo sfondo della complicata vicenda. Il cui centro ormai è tutto nella questione: voto palese o voto segreto?

È su questo punto che si è riaccesa l’ostica battaglia di carte che ruota intorno alla permanenza del Cavaliere in Parlamento. I fari sono puntati sul Partito democratico. La cui strategia è di puntare al bersaglio grosso (il voto a casrte scoperte), avvicinandovisi a piccoli passi. “Occorre non dare nessun privilegio a Berlusconi, ma nemmeno fargli alcun torto”, spiega a chiare lettere Francesco Russo, che a fine ottobre dovrà presentare una delle due relazioni sull’interpretazione del regolamento (l’altra sarà della senatrice Pdl Anna Maria Bernini). Il senatore piddino non si sbilancia, ma è chiaro dove il suo testo andrà a parare: “Ci sono ottime argomentazioni tecniche in favore del voto palese. Senza pregiudizi nei confronti dell’interessato, è anche ovvio che una soluzione che preveda che ciascuno si assuma le proprie responsabilità davanti all’opinione pubblica è anche quella che più verrebbe apprezzata dal paese”.

La strada da percorrere è quella di considerare il voto sul leader azzurro come relativo alla composizione del plenum a norma di legge (non dunque un voto sulla persona), e, dunque, a carte scoperte. I senatori democratici non hanno alcun interesse a forzare i tempi. “Non dobbiamo fornire nessuna sponda al Pdl per cui ci si possa appigliare ad una forzatura procedurale – ragionano tra di loro – Ormai il voto della Giunta sulla decadenza è archiviato, giorno più o giorno meno poco cambia”.

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“Berlusconi faccia come Socrate, beva la cicuta”

Silvio Berlusconi ritiene la sentenza del processo Mediaset iniqua. “Anche Socrate non aveva avuto dubbi sull’ingiustizia della sentenza che lo voleva colpevole, ma bevve la cicuta”. Non si spinge fino a tanto (ma poco ci manca) Alfonso Papa, già deputato del Pdl, l’unico ai tempi della Seconda repubblica che ha ricevuto pollice verso dall’aula su una richiesta di autorizzazione a procedere. L’inchiesta era quella della P4, e Papa finì in manette. Quando fu scarcerato aveva ancora i galloni di onorevole, e iniziò una tenace battaglia sulla condizione carceraria italiana. Non fu ricandidato, considerato un “impresentabile”. Questo nonostante il suo arresto fu dichiarato illegittimo dal Tribunale del riesame. Ma, anche fuori dal Palazzo, continua a battagliare sui temi che intersecano politica e giustizia.

Giorgio Napolitano ha ascoltato i suoi tanti appelli?

Il tema delle condizioni inumane in cui versano i carcerati da anni è stato denunciato dai livelli più alti della nostra società. Perfino due Papi hanno preso una posizione precisa in questo senso. Il primo gesto da pontefice di Bergoglio è stato quello di andare a lavare i piedi ad alcuni detenuti. Ma non solo lui. Il messaggio di Giorgio Napolitano non è una sorpresa. Sono tre anni che insiste sull’urgenza di intervenire. Come anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha messo in evidenza come l’Italia versi da questo punto di vista in condizioni insostenibili.

Stupisce però la giravolta del Pdl, storicamente non proprio aperturista sul tema, che questa volta si spella le mani.

La classe politica intera ha un atteggiamento strumentale su questo argomento, è tutto un mercato, un mercimonio. Quello che dico rispetto al Pdl è “meglio tardi che mai”. Va bene che appoggino l’amnistia, anche se lo fanno per calcolo o per interesse.

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Prima i giudici dei senatori

Dopo il 19 ottobre. Con tutta probabilità il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi sarà pronunciato dall’aula del Senato solo dopo che la Corte d’appello di Milano si sarà espressa sul ricalcolo dei termini dell’interdizione dell’ex premier. Un ulteriore elemento per rafforzare i convincimenti dell’ampio fronte (dal Pd al M5s) già orientato a esprimere pollice verso sul futuro parlamentare del Cav.

Un complesso risiko di scadenze e norme che si incrociano e si sovrappongono. Andando con ordine: la Corte di cassazione ha rimandato al secondo grado di giudizio la pena accessoria d’interdizione della sentenza d’Appello sui diritti Mediaset. Troppi i 5 anni stabiliti dai pm meneghini, chiamati a ricalcolarla da un minimo di uno ad un massimo di tre. Una decisione, quest’ultima, che verrà presa per l’appunto sabato 19 (a meno di imprevedibili slittamenti).

Politicamente, con l’interdizione ricalcolata, sarebbero i giudici a sancire la definitiva inagibilità politica di Berlusconi, svuotando parzialmente di significato il voto di Palazzo Madama, qualora slittasse oltre a tale data. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina.

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La diatriba sul voto palese non interrompe l’iter della decadenza

“Se una modifica del regolamento significasse allungare i tempi del voto in aula e se portasse a forzature, noi siamo nettamente contrari”. È la senatrice Stefania Pezzopane, democratica e membro della Giunta per le elezioni del Senato, a chiudere la strada alle velleità del Movimento 5 stelle, che oggi alla capigruppo del Senato, tramite Paola Taverna torna a chiedere di stralciare dalla carta fondamentale di Palazzo Madama l’istituto del voto segreto.

Gli occhi, ovviamente, sono puntati sul voto di decadenza di Silvio Berlusconi. E, mentre gli stellati sono decisi ad andare avanti per la loro strada, dal Pd c’è disponibilità a votare palesemente tramite un’intesa politica. “Ma niente modifiche ad hoc – avverte Pezzopane – non si può procedere in questo modo. Così diventa non una questione di bontà delle regole che disciplinano il Senato, ma una faccenda ideologica che ci farebbe perdere solamente tempo”.

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