Il 2% val bene due siti ufficiali

Sul primo è specificato che trattasi di “sito ufficiale”, il secondo ribadisce di essere la “pagina ufficiale”. Forse una sovraesposizione nel web per un movimento che punta a raggiungere il 3 o 4%, ma che per ora i sondaggi danno stabilmente sotto il 2%.

Già, perché allo stato attuale Fratelli d’Italia è rappresentato sull’etere da ben due siti.
Il primo, in ordine di tempo, è www.fratelli-italia.it.

Ma sarebbe successo che la gestione delle pagine fosse in mano ai ragazzi dei Gabbiani, la corrente ex-An che fa capo al deputato Fabio Rampelli e, dunque, a Giorgia Meloni. Causando non pochi mal di pancia nell’area del partito che fa capo a Guido Crosetto, pidiellino di tendenza liberale che si è man mano trovato sempre più isolato in un movimento nel quale gli uomini della destra rappresentano il 90% del capitale azionario.
Così i crosettiani avrebbero deciso di giocare in proprio, creando un loro portale, www.fratelliditalia.com, che già nella homepage fa intendere che i promotori puntano ad un riequilibrio dell’immagine pubblica del partito.

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“No ai partiti personali”, dicevano

La politica del mondo occidentale – ma non solo – vive la sbornia della comunicazione da social media. Facebook e Twitter stanno acquistando sempre più centralità nella veicolazione dei contenuti politici. Alla figura del media-analyst si è aggiunta – in qualche caso sovrapposta – quella del social-media analyst. Figure alle quali chi punta a conquistare uno scranno nei palazzi che contano si affida sempre di più per calibrare i messaggi da diffondere e la costruzione liturgica del proprio profilo pubblico e privato.
La social media era è solo l’ultimo approdo evolutivo di una società nella quale il soft power della comunicazione è diventato cruciale per orientare gusti ed opinioni del fronte interno.

Lasciando l’analisi dettagliata del mutamento antropologico del rapporto tra media e politica a chi ne ha competenze professionali, basterà in questa sede fare un parallelo. Il 26 dicembre del 1978 le truppe dell’Unione Sovietica davano il via all’invasione del suolo afghano. Il Partito Comunista italiano poté convocare il Comitato centrale solamente i primi di gennaio dell’anno seguente, per stilare una minuziosa relazione che, valutata la situazione, diede conto della posizione del partito tramite la sua pubblicazione su L’Unità solamente (citiamo a memoria) il 4 o il 5 gennaio del 1979.
Di recente, l’impasse comunicativa del governo Berlusconi a seguito delle operazioni militari francesi in Libia è costato in termini di critiche politiche e credibilità internazionale all’allora premier. Un silenzio di poco più di 48 ore, contro i quasi 10 giorni di elaborazione politica più che accettabili nel dibattito pubblico di poco più di trent’anni fa.

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“Prima il Nord” vince il ricorso. Per il Cav Lombardia a rischio?

Una bella gatta da pelare per il Cavaliere. Con la partita per il Senato tutta da giocare in Veneto ma soprattutto la Lombardia, anche qualche decina di migliaia di voti sottratti al centrodestra potrebbero essere decisivi negli equilibri della prossima legislatura.
Così la lista e il simbolo di “Prima il Nord”, 188° tra quelle ammesse dal Viminale (qui il riassunto dell’intera vicenda), preoccupa non poco gli strateghi azzurri e quelli del Carroccio. Un’operazione che, secondo il Mattino di Padova, è sfuggita al controllo di Silvio Berlusconi, che l’aveva pensata nel caso in cui l’accordo con Bobo Maroni non fosse andato in porto. Ma agli estensori in solido del progetto non sono piaciute le liste pidielline. E hanno deciso di procedere per proprio conto giocandosi una chance alle urne, soprattutto per tirare uno sgambetto a chi ha deciso di candidare Roberto Formigoni in Lombardia e mezzo pool avvocatizio del Cavaliere in Veneto.
Con i colori verdi e quel nome che ricalca lo slogan sbandierato dai lumbard negli ultimi mesi, “Prima il Nord” rischia di drenare più di qualche voto agli uomini del Cav.

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Una storia italiana: da capo di Forza Italia a candidato di Zingaretti

Non nascondiamoci dietro un capello. Gli episodi di trasformismo, di scelte politiche discutibili o perlomeno opinabili, di cambi di casacca, sono una storia antica quanto la politica. Una storia che nei faticosi anni della Seconda repubblica ha abbandonato i binari della narrazione dotta delle cose del Palazzo per deragliare su quelli vischiosi del costume. Tanto per capirci, “Scilipoti” ha abbandonato la singolarità definitoria di una singola persona per assurgere nell’Olimpo degli aggettivi. “Sei uno Scilipoti”, si sente pronunciare nei corridoi della Camera quando si vuole tacciare un avversario di voler pensare unicamente al proprio tornaconto personale saltellando qua e là inseguendo il miglior offerente.

Ma in questi fragili tempi, una soglia difficilmente era stata sorpassata. Quando qualcuno l’aveva varcata, lo aveva fatto con cautela, prudentemente procedendo per passi intermedi. La linea di demarcazione tracciata dal berlusconismo (più che da Berlusconi), che ha avuto l’indiscutibile pregio di bipolarizzare di fatto il quadro politico italiano, rendendo estremamente faticoso, se non impossibile, scalare il muro che delimitava i due campi del contendere. Uno schema che forse nemmeno la Kadima di un premier che era entrato a Palazzo Chigi come il salvatore della patria e che si è reinventato terzo incomodo della partita riuscirà a sovvertire.

I pochi casi nei quali si è verificato il triplo salto carpiato senza operare per distacchi intermedi sono diventati aggettivi dispregiativi. Gli “Scilipoti”, per l’appunto. Singolare il caso di Michele Baldi.

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A volere Severgnini in lista con il Pd è Matteo Renzi

La candidatura di Beppe Severgnini con il Pd sarebbe nata da un’idea di Matteo Renzi. Incalzato dalla segreteria sulla necessità di candidare nella quota a lui riservata alcuni esponenti della società civile, il sindaco di Firenze avrebbe ricevuto dinieghi, fra gli altri, da Oscar Farinetti di Eataly e dallo scrittore Alessandro Baricco.
Una disponibilità era stata offerta da Roberto Cociancich, presidente della conferenza internazionale scoutismo cattolico, e dal giornalista del Corriere della Sera.

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Comunque la si voglia vedere, Bersani ha un posto nella storia della nostra repubblica

Comunque la si voglia vedere, Pier Luigi Bersani passerà alla storia. Quella laterale e sfaccettata della politica italiana di una repubblica in cui tutta cambia perché nulla cambi, ma pur sempre di storia si tratta. Il suo merito sarà quello di aver incardinato sui solidi binari della socialdemocrazia europea quella geniale ed eterea intuizione che ebbe Walter Veltroni non più di qualche anno fa: incamminarsi sulla strada di un partito unico della sinistra. Che poi, tra un Idv e una Sel, non sia stato così è da attribuire agli sfaccettati rivoli della politica e dell’eterno groviglio del nostro sistema dei partiti. E più di qualche responsabilità va attribuita al gioco di prestigio della Seconda repubblica, che ha dato l’illusione di avviarsi verso un sano bipolarismo tendente al bipartitismo, salvo poi crollare sotto i colpi di un’oziosa inerzia generalizzata nel voler cambiare le regole del gioco.

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Su ThyssenKrupp e sul rischio che Terni diventi una città fantasma

Uno dei più grandi poli siderurgici italiani non poteva che collocarsi in via Bruno Brin. Ministro degli Esteri e della Marina nei lontani anni dei governi di Francesco Crispi, l’ammiraglio e ingegnere passato alla storia, quella polverosa delle biblioteche specializzate, per aver dato impulso nella seconda metà del XIX secolo alle industrie italiane dell’acciaio. Nella centralissima via Santi Apostoli, a Roma, la targa apposta sull’abitazione che lo vide spegnersi nel 1898 ricorda che «pensò e volle l’Italia munita di cantieri, di officine, di forze pare ai ferrei suoi fati». A Terni si sono limitati a una via. Quella che dal 1884, proprio sotto impulso di Brin, ospita una delle principali aziende del settore.

Una striscia d’asfalto collega la capitale al piccolo capoluogo umbro. Lunga poco più di un’ora e incorniciata da una liquida nebbia mattutina, dalla campagna umbro-laziale e da una disorganizzata teoria di capannoni. Già, perché il panorama dell’Umbria meridionale alterna i suoi mitologici borghi medievali a una fervente attività del settore secondario e terziario. Qui la minuscola Narni, riempiendosi gli occhi della quale Clive Staples Lewis dipinse il suo fatato mondo di Narnia. Qui l’Acciai speciali Terni, una delle più floride industrie del settore.

Mentre un oscuro protocollo del ministero per i Beni e le attività culturali garantirà vita imperitura agli splendori della vicina Narnia, le acciaierie ternane rischiano, da qui a qualche mese, di chiudere bottega.

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Perché Stumpo non ha torto ma i renziani hanno ragione ad incazzarsi

I renziani accusano il Comitato elettorale centrale di aver previsto “regole da Ddr”. I bersaniani si difendono spiegando che le norme sono state decise tempo fa e non le si può cambiare.
A chi credere sulla contestatissima faccenda dell’accesso al secondo turno delle primarie del centrosinistra per chi non si è registrato entro il 25 novembre? La verità sta nel mezzo.
Il comma 4 dell’articolo 24 del Regolamento prevede in effetti una piccola finestra di riapertura delle iscrizioni. Con una condizione:

Possono altresì partecipare al voto coloro che dichiarino di essersi trovati, per cause indipendenti dalla loro volontà, nell’impossibilità di registrarsi all’Albo degli elettori entro la data del 25 novembre, e che, in due giorni compresi tra il 27/11 e il 01/12, stabiliti con delibera dal Coordinamento nazionale, sottoscrivano l’Appello pubblico in sostegno della Coalizione di centro sinistra “Italia Bene Comune” e quindi si iscrivano all’Albo degli elettori.

Nico Stumpo, responsabile della macchina elettorale, ha dunque ragione quando afferma che eventuali altre iscrizioni possono avvenire solo nell’arco di 48 ore e che devono recare una dichiarazione d’impossibilità ad essersi iscritti prima.
Nelle modalità con cui dare seguito alla norma regolamentare, la sua è un’interpretazione assai restrittiva

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Il Cav medita lo strappo: “Mi dimetto dalla presidenza del Pdl”

«Le primarie sono pensate per scegliere il successore di Silvio Berlusconi, se c’è lui…». Dopo essere stato descritto come “sotto chock” per la decisione del Cavaliere di fare una propria lista anche qualora la macchina dei gazebo non si arrestasse, Angelino Alfano ribadisce che il processo è reversibile.

Ma in queste ore febbrili i colonnelli di An (Alemanno, La Russa, Gasparri, Urso e Ronchi oggi sono plasticamente stretti intorno all’ex Guardasigilli in un incontro a Roma) si stanno battendo con tutte le forze perché ciò non accada. Con poco successo, a quanto pare. Il fronte degli alfaniani si sfilaccia di giorno in giorno, indebolendosi sempre di più di fronte all’offensiva del Cavaliere. Il Pdl è in picchiata nei sondaggi, e la paura di non riconquistare il posto in Parlamento attanaglia ormai, oltre che i peones, anche molti tra i massimi dirigenti.

Lo strappo di Berlusconi è netto. Il Cavaliere sembra non voglia avere più nulla a che fare con il partito del predellino. Al punto che la road map che starebbe valutando in queste ore prevedrebbe le dimissioni da presidente del Pdl entro la settimana, e, tra lunedì e martedì, l’annuncio della creazione della nuova Forza Italia nel salotto buono di Porta a Porta.

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Una cosa prima che chiudano i seggi

Immaginate per un istante di essere alle Olimpiadi. Due atleti, solo loro due, si sono classificati per la finale dei cento metri. Sono ai blocchi di partenza. L’atleta nella prima corsia gioca in casa, ha tutto lo stadio dalla sua. L’atleta nella seconda corsia è straniero, con sé solo uno spicchio della tifoseria, quello abbarbicato in alto, vicino alla curva. Gaie e battagliere, le loro voci soffocate dalle migliaia che tifano per l’avversario. Davanti al primo atleta una corsia sgombra, il traguardo cento metri più in là. Di fronte al secondo una serie di ostacoli da saltare uno dopo l’altro, con l’arrivo spostato una decina di metri dopo quello dell’avversario.

Se siete riusciti a figurarvi la scena surreale, vi basterà traslarla alle primarie del centrosinistra che si terranno domenica 25 novembre, e avrete un quadro abbastanza realistico della situazione. Edulcorato quel tanto che basta a una metafora per descrivere efficacemente la realtà. Tolti Bruno Tabacci e Laura Puppato – due candidature destinate a rimanere ben al di sotto della doppia cifra percentuale – e tolto anche Nichi Vendola, la cui presenza ai gazebo è frutto della partita che il segretario di Sel sta giocando in vista delle future alleanze, la corsa per la vittoria è tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Una gara dove il secondo, ai blocchi di partenza, si è ritrovato di fronte una pista più lunga e una manciata di asticelle da saltare.

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